SCUOLA DI LINGUA E CULTURA ITALIANA “DANTE ALIGHERI” (Uruapan)

 

QUESTA CARTELLA É STATA FATTA CON LO SCOPO DI  OTTENERE  UNA COLLABORAZIONE TRA LA SCUOLA ”DANTE ALIGHERI” AD URUAPAN, E L’ACCADEMIA DI LINGUA E CIVILTÁ ITALIANA DELL’UNIVERSITÁ “MICHOACANA DE SAN NICOLÁS DE HIDALGO”.

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Maripina

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In questa immagine ci sono la torre degli Asinelli e la torre della Garisenda, simbolo di Bologna, la mia città.

 

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CARI ARCHITETTI, DOPO IL "DIPLOMADO" DI INTERPRETAZIONE DI TESTI DI ARCHITETTURA IN ITALIANO HO FATTO UNA RICERCA SU MATERIALE AUTENTICO CHE POSSA AIUTARVI, ECCOVI UNA BREVE STORIA DELL'ARCHITETTURA, SPERO CHE VI SIA UTILE.

Origini dell’architettura

Risalire alle origini del primo atto umano del costruire è difficile, poiché avendo l’uomo da subito espresso la necessità di eseguire delle costruzioni che fungessero da riparo -dal momento che non sempre erano a disposizione luoghi come le grotte naturali-, realizzò spesso solamente strutture effimere, di cui niente ci rimane. Questo inoltre dipendeva moltissimo dai luoghi frequentati dai gruppi preistorici, che presumibilmente, in virtù delle aree geografiche di collocazione, non si stanziavano tutti in contesti ambientali che consentivano sistemazioni in grotte. Dei primi atti del costruire possiamo tuttavia intuire che si sia dato origine a capanne di legno o foglie, o a ripari di fango e pietre.
I primi interventi costruttivi di cui abbiamo testimonianza, appartengono al periodo neolitico, e sono costruzioni prevalentemente costituite da grandi blocchi di pietra, dette dal greco mega = grande e litos = pietra megalitiche come i menhir, i dolmen e i cromlech. La cosiddetta civiltà megalitica ha origine in europa intorno a 4000 anni a.C. I menhir, proprio come quelli raffigurati da Uderzo nei classici fumetti di Asterix, sono grandi massi dalla forma allungata, all’origine costituivano probabilmente dei monumenti funebri mentre i dolmen sono strutture trilitiche: dal greco treis = tre e litos = pietra; essi presentano due grandi pietre verticali che ne sostengono una orizzontale di copertura; rappresentano forse i primi altari costruiti in onore ad un Dio. Il cromlech, famoso quello di Stonehenge che risale a quattromila anni fa, è invece una grandiosa costruzione di massi disposti in cerchi concentrici.
La disposizione dei massi, si ipotizza possa essere riconducibile a dei riti collegati al culto del sole –infatti il fatto che essi siano orientati secondo assi coincidenti con il sorgere o il tramontare del sole ai solstizi e agli equinozi – fa propendere per una funzione rituale. Probabili le connessioni con l’astrologia, essi potevano essere usati per osservare le diverse posizioni del sole durante l’anno, consentendo di stabilire l’alternarsi delle stagioni. Forse all’interno vi si celebravano riti propiziatori per il buon esito dei raccolti, ma non è possibile risalire con esattezza agli scopi che hanno condotto all’origine di queste maestose e misteriosissime costruzioni.
A Carnac, in Bretagna, circa tremila monoliti sono disposti in file parallele lunghe ognuna circa un chilometro. Essendo orientate verso ovest si pensa che potessero essere state erette anch’esse per scopi rituali. Dal neolitico in poi, si conferma il cosiddetto “sistema trilitico”, che costituirà il primo vero esempio di struttura architettonica. All’età del bronzo risalgono le invece le testimonianze della civiltà nuragica in Sardegna; di forma circolare la pianta del nuraghe costruito senza l’uso di malte cementizie, presenta pietre squadrate e sovrapposte che costituiscono le pareti e chiudono la costruzione, determinando una copertura a cupola. Si tratta di architetture megalitiche a forma tronco-conica sormontate da pseudo-cupole; spesso formavano come dei complessi abitativi; si trovano presso la città di Sassari, Cagliari e Nuoro.

L’Architettura in Mesopotamia

Mesopotamia, terra tra due fiumi…il fiume Tigri e il fiume Eufrate che, permettono l’istallarsi di comunità agricole e il fiorire di scambi commerciali. Poco ci resta di quelle che furono le prime architetture mesopotamiche… a causa della scarsità di pietra esse erano infatti costruite con mattoni di argilla, seccati al sole e intonacate di fango e calce. Le prime società definibili urbane, si svilupparono tra il 3500 ed il 3000 a. C. a Samarra, Nivive e Tell Hassuan. Erano dei piccoli villaggi preistorici dell’alta valle mesopotamica… a sud, nelle strutture si noterà invece una più rapida evoluzione grazie alla cultura denominata el-Ubaid. Pur con i mattoni essiccati al sole si riescono infatti ad edificare delle strutture complesse.
Tuttavia, solamente con le città-stato Sumere si potrà parlare di architettura monumentale religiosa. Siamo nel IV millennio a.C. Questa fase è rappresentata dal Tempio Bianco di Uruk, dedicato al dio del cielo. Il tempio, eretto su di una piattaforma di circa 15 mt., dona possibilità di accesso da una scalinata. Nell’antichità numerose civiltà si susseguono per appropriarsi di questa straordinaria parte del mondo: nel 3000 a.C. l’area fu infatti occupata dai Sumeri, assoggettati nel 2500 a.C. dagli Accadi, che furono a loro volta spodestati dai Babilonesi intorno al 2000 a.C. Il periodo successivo a quello “protostorico” è definito “antico-dinastico” e va dal 3000 al 2340 a. C. Al Tempio, a pianta rettangolare, sono ora annessi altri edifici che svolgono funzioni utili allo sviluppo delle società urbane. Nel successivo periodo, detto Accadico, ai Sumeri subentrano delle popolazioni semitiche del nord.ovest. Re Sargon impose la devozione al sovrano, che si trasforma ora in emblema del potere. Riflessi di questa mutata condizione socio-politica si avranno nelle steli che adesso riportano le vittorie del Re, invece che riferirsi al Dio. Dal 2230 al 2006 a.C. il periodo Neo-sumerico, ci regala la nota Ziqqurat di Ur, su due piani e racchiusa dentro un cortile. Tre scalinate giungono al livello primo ed una al secondo. Al cessare della III dinastia di Ur sarà la volta dei Babilonesi. Le rovine di Mari consistono in un palazzo reale con pitture murali. Nel 1792 a. C., sotto Hammurabi Babilonia divenne importantissima. I Babilonesi, organizzati dapprima in città-stato autonome, determinano la nascita del I impero e, Babilonia, ne diviene capitale. Hammurabi, emana le prime leggi scritte, valide per tutta la Mesopotamia. Al periodo neo-assiro nel XIV sec a. C. appartiene il palazzo di Khorsabad. Si trattava di una struttura a più cortili attorniati da stanze. Grande rilievo veniva invece posto al portale d’ingresso, che era fiancheggiato da leoni con testa umana e muniti di ali. Le pareti interne dei palazzi erano invece impreziosite da bassorilievi rivestimenti di alabastro,e pitture celebrative. E’ sorprendente inoltre rilevare come certe forme espressive o certe costruzioni vengano realizzate, in tempi diversi in località molto lontane fra loro, molto similmente. E’ il caso dei templi dei Maja e degli Aztechi che ricalcano la forma delle ziqqurat mesopotamiche (la ziqqurat consiste in una serie di terrazze degradanti, che si allargano via via verso il basso, collegate da scale dirette alla sommità, dove si trovava il tempio vero e proprio, il sacrario. Essa rappresenta la terra dove si concentrano il potere divino e le forze della vita, simbolica unione tra uomo e dio). Segni che l’architettura e l’arte di questa area geografica seppero influenzare i successivi sviluppi architettonici di altre ben più distanti zone. Il periodo neo-babilonese (che va dal 612 a. C. al 539 a. C.) è senza dubbio quello che ha caratterizzato maggiormente l’architettura mesopotamica. In corrispondenza infatti con la rinascita nel sud, coincidente con la caduta di Nivive, si avrà una stagione di fioritura dell’arte e dell’architettura. Babilonia ed Ur sono i due centri dove questa attività fu particolarmente densa di qualità. La struttura, estremamente monumentale degli edifici, era ingentilita da decorazioni a piastrelle smaltate policrome. Nota più di tutte, la porta di Ishtar del 580 a. C. che è stata ricostruita al Museo di Berlino con reperti originali. Nel 538 a.C. i Persiani, guidati da Ciro il Grande, penetreranno nei territori e se ne impossessano. L’impero persiano, che conquista anche l’Egitto, viene consolidato e riorganizzato da Dario I, ma nel 330 a.C. la conquista da parte di Alessandro Magno ne determinerà la fine.

L’Architettura nell’antico Egitto

Le forme architettoniche più antiche che maggiormente sono entrate a far parte dell’immaginario collettivo, e quelle che statisticamente l’uomo contemporaneo desidera maggiormente visitare sono, insieme a poche altre, proprio le piramidi. Forse per l’alone di mistero che ancora oggi le avvolge, forse, perché siamo rapiti dalla purezza delle loro forme e dalla storia millenaria di un popolo, quello egiziano, di cui ancora oggi sappiamo in fondo poco, nonostante gli studi fatti e le numerose testimonianze giunte.
La civiltà egiziana si sviluppò in un ampio periodo storico, dal 3100 a.C. al V secolo d.C. Verso il 2850 a.C. il territorio egiziano fu diviso in due grandi Regni, e venne unificato da re Menes, che stabilì la capitale a Tinis, nel Medio Egitto. L’epoca protodinastica, va dal 3100 al 2850, a.C. i monumenti funerari dei re danno un inizio all’architettura sepolcrale. Successivamente si avrà il Regno Antico (2850-2050 a.C.) in cui la capitale, da Tinis, viene spostata a Menfi, nel Basso Egitto; in questo periodo il faraone è re assoluto, incarnazione del dio-falco Horus, poi, dalla IV dinastia sarà il figlio del re sole Ra. Dalla III alla VI dinastia verranno edificate le piramidi più famose. Lo stato in questo periodo si impone ed i complessi funerari dei sovrani, sono adesso interamente edificati con grossi blocchi di calcare e granito. Il Regno Medio (2050-1580 a.C.), in cui la capitale è Tebe, nell’Alto Egitto vede l’edificazione a Karnak dei grandi templi di Ammone. Nel Regno Nuovo (1580-715 a.C.), lungo circa nove secoli la civiltà egiziana raggiunse un ineguagliabile splendore ed entrò in contatto con i popoli dell’Oriente, sarà caratterizzato dalle campagne in Asia e Nubia, si raggiungerà la massima espansione e si caratterizzerà con le costruzioni dei templi di Karnak, Luxor ed Abu Simbel. Ultimo conclusivo periodo è detto Bassa epoca dal 715 al 525 a.C. Nel 525 a.C. il re persiano Cambise invase l’Egitto. Con questo periodo che si segna la conclusione della civiltà egiziana con i caratteri storici tramandati. Nel 332 Alessandro Magno conquisterà l’Egitto. Il periodo che va dal 1075 fino alla conquista di Alessandro Magno, è detto epoca tarda. Le piramidi erano imponenti monumenti funerari che formavano nel loro insieme dei complessi unitari. Gli studiosi di cultura egizia attribuiscono alla forma della piramide, un riferimento alla pietra sacra simbolo di Ra, il dio Sole, come simbolo solare di ascensione. La simbologia permea tutta la cultura degli egizi che consideravano la tomba un luogo sacro, dove il corpo poteva conservarsi in eterno. Pertanto al defunto venivano assicurati all’interno della sepoltura oggetti posseduti in vita, utilizzabili nell’esistenza ultraterrena. Questo ha nel tempo causato razzie di tombe per appropriarsi dei tesori contenuti all’interno. Giza ospita le tre piramidi più famose, situabili intorno alla metà del III millennio. La più grande è quella di Cheope, seguono nell’ordine quelle di Chefren e di Micerino. La piramide di Cheope copre un’area di 52.400 kmq. Era alta 143.6 m. Alla camera funeraria interna, rivestita di granito rosso e coperta da nove pesantissime lastre si accede percorrendo una galleria lunga quasi 47 m. e alta 8,54. Del complesso fanno parte piramidi minori per le regine la sfinge e i templi funerari. L’architettura religiosa non comprende solo le piramidi, ma anche costruzioni sepolcrali e templi di Faraoni divinizzati. Le piramidi successivamente caddero infatti in disuso, ed i faraoni per le loro sepolture edificarono templi con colonne altissime a distanze così ravvicinate, da sembrare foreste.

L’architettura minoica e quella micenea

Posta in un punto di collegamento fra l’Europa, l’Egitto e l’Oriente, l’isola di Creta fu il centro di una civiltà, quella cretese, sviluppatasi lungo le coste e nelle isole dell’Egeo dal II millennio al 1400 a.C.. Due grandi città, Knosso e Festo, si divisero inizialmente il territorio dell’Isola che verrà poi unificata sotto il dominio di Knosso. Qui fiorì la leggenda del labirinto costruito dal mitico re Minosse per rinchiudervi il Minotauro, uomo con testa di toro, poi ucciso da Teseo con l’aiuto di Arianna. Chi visita Creta non può fare a meno di andare a visitare le rovine dei palazzi cretesi, anche se nell’insieme tale complesso archeologico non restituisce che pochissimo l’immagine di una civiltà che fu grandissima per l’arte oltre che come modello politico-sociale. Sotto il punto di vista architettonico, gli scavi condotti nei primi del 1900 hanno portato alla luce i resti dei palazzi reali di Cnosso e della villa reale di Haghia Triada. La particolarità è che essi non avevano fortificazioni e si trovavano presso il mare, seguendo l’andamento orografico del terreno attraverso terrazze e gradinate. Il palazzo di Cnosso, era sede del potere civile, militare, religioso e di altre molteplici attività. In questo complesso architettonico, si producevano manufatti di ogni genere e vi si conservavano le derrate alimentari. Intorno al grande cortile rettangolare si disponevano circa 400 locali collegati da scale, corridoi, cortili più piccoli. Quanto è rimasto delle strutture fa ipotizzare l’esistenza di più piani. I muri erano costruiti con blocchi di pietra e mattoni crudi, ma notevole era anche la presenza del legno. Gli impianti idraulici erano per quei tempi molto avanzati, gli interni erano illuminati con porte e finestre. Tutti i vari ambienti si concentravano intorno ai cortili. Le sale del palazzo erano inoltre decorate da dipinti murali. Si possono distinguere tre periodi. Quello antico, dall’epoca dei primi insediamenti nel IV millennio fino al 2100, quello medio dal 2100 al 1580 nel quale il rame è stato sostituito dal bronzo e l’economia è fiorente, e l’ultimo periodo, detto recente che va dal 1580 al 1200.
Agli inizi l’isola di Creta godette di prosperità e pace, che le consentirono di raggiungere, grazie anche ai commerci, ricchezza ed opulenza. In seguito alle invasioni dei popoli costieri della penisola ellenica, verso il 1400 a.C. la potenza cretese declina e si afferma la supremazia di Micene, che governerà sul territorio del Peloponneso fino al 1100 a.C.. L’architettura micenea è quella che rimanda più di altre ad una immagine di forza, che si ricollega direttamente alla civiltà che le diede origine. Gli Achei, guerrieri per tradizione e temperamento furono costretti ad abbandonare le loro sedi concentrate nell’Argolide, regione montuosa del Peloponneso, per l’Asia minore spostando sulla terraferma il centro della cultura egea. Divennero esperti marinai capaci ad avventurarsi su rotte lontane per fini commerciali.Contrariamente ai cretesi, i loro maggiori centri erano fortezze, costruite su alture. Le imponenti mura delle città achee sorsero quando le minacce dall’esterno aumentarono progressivamente. Micene, città degli Atridi, e Tirinto vantarono mura possenti, denominate ciclopiche, fatte di pietre, in parte squadrate in parte irregolari, sovrapposte. La nota porta dei Leoni, costituiva uno dei due varchi della muraglia di Micene, era formata da quattro monoliti, sormontata da un masso triangolare nel quale erano scolpitidue leono, che fronteggiavano una colonna. Il palazzo reale costruito su terrazze ricavate nella roccia presentava un ampio locale allungato, il megaron, coperto da un soffitto sorretto da colonne lignee con basi di pietra, al quale si accedeva attraverso un ingresso, un porticato e un’anticamera. Ai lati di questi locali, stanze d’abitazione, servizi, uffici, archivi, magazzini. Il gineceo era al piano superiore. I materiali da costruzione erano pietrisco, mattoni seccati al sole, legname, e come legante argilla. Molto disadorni in un primo tempo, questi palazzi si arricchirono successivamente di pitture, di fini manufatti artistici e artigianali. Fuori le mura si trova il “Tesoro di Atreo”. Una tomba a tholos, dedicata alle sepolture regali, realizzata attraverso alcune grandi pietre in cerchi concentrici sovrapposti, poste fino a chiudere completamente la sommità dell’ambiente e successivamente ricoperto di terra. Un corridoio, lasciato libero fra due pareti di pietra, conduce all’accesso della tomba. All’interno, in un piccolo ambiente attiguo, scavato accanto al grande vano con la cupola, era collocato il sarcofago del re.

L’Architettura Greca

L’architettura greca, rappresenta una delle prime raffinate evoluzioni dell’atto del progettare verso le forme dell’architettura, sensibili all’uomo e al contesto ambientale, e rappresenta una delle più alte espressioni dell’attività artistica nella storia. Ancora oggi, chi vede un’opera della Grecia Classica rimane stupito di fronte alla purezza delle forme, siano esse appartenenti ad una scultura o ad una architettura.
Dal punto di vista storico occorre precisare che la civiltà greca, che si sviluppa a partire dall’ottavo secolo a.C., nasce da un comune sentire di diverse popolazioni – Dori, Ioni ed Eoli- che si riconoscono figlie di un ceppo unico. Tuttavia sarebbe errato pensare ad una unica entità politica…. Anzi la Poleis, si configura da sbito come un organismo indipendente che vive in relazione ad un proprio limitato territorio. La città è caratterizzata dall’Acropoli, letteralmente parte alta che assume un ruolo sacro. Vi si edificano infatti gli edifici religiosi e solo in caso di pericolo, l’acropoli costituisce rifugio per la popolazione che abita òla parte bassa della città. La parte abitata presenta una pianta a scacchiera con strade che si intersecano formando angolo retto. A tale soluzione era giunto a Mileto Ippodamo nel V secolo a.C.
Generalmente si tende a suddividere la produzione artistica greca in tre periodi:

  • periodo di formazione – altrimenti detto medioevo ellenico- dall’XI al l’VIII sec a.C. (in questo periodo si svilupperà per l’arte vascolare la decorazione geometrica, infatti tale periodo viene anche denominato “geometrico”).
  • età arcaica dall’VIII alla metà del V sec a.C. ( dal termine archaios utilizzato da Erodoto nel V sec. per indicare tutto ciò che era antico rispetto alla sua epoca).
  • età classica, dalla metà del V ala fine del IV sec a.C. (da classis, classe intesa come organismo compiuto, unitario perfetto ed armonico).

infine si perverrà all’ellenismo che va dalla fine del IV al I sec a.C.

Intorno al settimo sec. aC si può osservare che appaiono già definiti i caratteri principali dell’arte greca, e dunque anche dell’architettura. Gli architetti guardarono alla filosofia e si orientarono anch’essi al quella ricerca dell’unità o meglio dell’”uno” quale principio generatore dell’ordine. Nell’ambito di tale ricerca tesero in arte a rappresentare dunque non ciò che è transitorio e mutevole, ma ciò che è perfetto, e pertanto, stabile.
Da tale concetto deriva probabilmente la costante ura degli architetti greci al conferire una impressione di stabilità e di armonia ai propri templi attraverso calcolate correzioni ottiche e attraverso il ricorso al modulo, un modo per rapportare la misura di ogni singola parte al tutto.
I progettisti greci si espressero, per le loro costruzioni, alla scala d’uomo e inoltre ebbero cura di inserire nel contesto naturale le loro opere senza tuttavia stravolgerlo, utilizzandone anzi, le potenzialità, come ad es. le pendenze del terreno. L’armonia della natura si rispecchia nell’uomo. Occorreva armonizzare l’architettura sacra a a tale principio. Nacse così l’’architettura dei templi greci…. Molti studiosi concordano nell’affermare che la forma del tempio abbia in origine guardato a quella del Megaron del palazzo miceneo. Tale sala infatti era quella dove gli abitanti di Micene solevano assistere ad i riti religiosi. Il tempio è rivolto ad oriente, in costante rapporto con la dimensione celeste. Possiede, in età classica una struttura ben precisa, ma ad essa perviene da una lenta evoluzione. Anche il tempio infatti, come la scultura conosce un periodo arcaico ed uno classico.
Per descrivere la struttura di un tempio occorre conoscere la denominazione delle parti da cui è composto. Il tempio comprende il naos, o cella, destinata ad ospitare la Divinità cui era dedicato. Il pronao era costituito dal prolungamento delle pareti del naos e se racchiudeva tra le ante due colonne, era detto in antis. Il tempio prostilo presentava invece nel fronte una serie di colonne. Quando tale schema era presente anche nella parte posteriore il tempio si identificava come anfiprostilo. Se il tempio,( in antis, prostilo o anfiprostilo) poi veniva circondato per tutti i quattro lati da una fila di colonne veniva chiamato periptero.
Costruiti per essere accessibili solo ai sacerdoti, i Templi sorgevano in posizione dominante nelle cosiddette Acropoli delle città. Con l’architettura greca si stabiliscono i cosiddetti “ordini architettonici”, -il dorico, lo ionico e il corinzio- che ebbero origine in tempi ed in luoghi della Grecia diversi. Il termine ordini deriva dal concetto di disposizione organica delle parti al tutto, secondo quel criterio armonico che prende il nome di “ordine”.
L’ordine denominato “dorico” nasce in area occidentale intorno al VIII sec. a.C.; L’ordine ionico invece nell’area orientale della Grecia e in Asia minore intorno al VI – V sec. a.C. Ed infine l’ordine corinzio presso l’area di Corinto, intorno al IV sec. a.C. Quello che maggiormente concorre a distinguere un ordine dall’altro è la forma del capitello, che è piuttosto liscio e semplice nell’ordine dorico, mentre presenta una maggiore articolazione con le due volute nell’ordine ionico, ed è a forma di cesto, con foglie d’acanto, nell’ordine corinzio. Tuttavia questo è solamente l’aspetto più evidente; a seconda dell’ordine, infatti, i rapporti numerici, tra i vari elementi cambiano: dal plinto di base al capitello, dall’altezza della trabeazione alla distanza tra le colonne i rapporti si stabiliscono attraverso un codificato insieme di regole. La modularità, conferiva infatti al tempio quell’armonia tra le parti, necessaria al risultato finale. Fissata la dimensione del diametro delle colonne, le proporzioni degli altri elementi scaturivano da sé. Pertanto, la modularità conferiva l’idea di un edificio che oltre ad avere proporzioni armoniche, aveva anche un assetto stabile.
Il Tempio era dotato di una cella principale – detta il naos – che era il luogo dove si conservava la scultura della divinità cui era dedicato il tempio; a questo nucleo centrale, si affiancavano altri ambienti, destinati alle varie funzioni religiose; dotato di colonne inizialmente, sulla sola parte anteriore, successivamente il Tempio estese il colonnato a tutto il perimetro dell’edificio. Il colonnato, era formato da colonne scanalate, dotate di un rigonfiamento ad un terzo dell’altezza (tale accorgimento era denominato entasi); i templi erano inoltre dotati di sculture a basso rilievo nei frontoni, nelle metope e nei fregi continui. Ma andiamo alla storia: Dal XII al IX secolo a.C. popolazioni di Ioni, Eoli, Dori, provenienti dai Balcani avevano occupato in fasi successive, il Peloponneso.
Tali popolazioni si imposero alla precedente civiltà micenea, determinando l’inizio di una nuova cultura, che si estenderà a tutto il Mediterraneo. Con architettura greca si indica in genere tutta quella produzione in origine localizzata nella parte a sud dell’area balcanica e nelle isole dello ionio dell’Egeo e lungo le coste mediterranee dell’Asia minore – X, IX sec. a. C.-. -Dal VIII sec, si diffuse nel bacino del mediterraneo. (La suddivisione è pertanto questa: -dal 1000 al 750 aC, si svolge il periodo di formazione; Dal 750 al 600 circa, il periodo orientalizzante; Dal 610 al 480 aC, il periodo arcaico; Dal 480 al 450 il periodo severo; Dal 450 al 323 il periodo classico e, a partire dal 323 a.C il periodo ellenistico). Quando la civiltà greca si estese sulle coste dell’Asia Minore e dell’Italia meridionale, fondò le note colonie della Magna Grecia, per diffondersi poi, con Alessandro Magno, anche in Egitto ed in Oriente, fino ai confini dell’India. Nel Periodo Arcaico, che parte dall’VIII secolo alla prima metà del V secolo a.C. Si evidenziano in architettura ancora modi espressivi degli antichi popoli dei Dori e degli Ioni. I primi templi periptreri documentati da scavi sono l’Heraion di Olimpia della fine dl VII sec. L’architettura dorica è inoltre esemplificata nell’Artemision di Corfù del 590 aC, e dal tempio di Apollo a Corinto.
I primi esempi di ordine ionico sono tempietti per doni votivi nel recinto sacro di Apollo a Delfi del 540 circa. Nella Grecia continentale, la fine del VI sec a.C., troviamo una delle opere più interessanti del cosiddetto “arcaismo maturo”. Il Tempio di Afaia ad Egina -500 a.C.-, periptero dorico, che presenta uno snellimento delle colonne e la ripartizione: pronao, naos e opistodomo. Il Periodo Classico, fu determinato anche da premesse di tipo politico, come l’allontanarsi della minaccia persiana. In architettura rappresenta quello che ha maggiormente ispirato tutta la produzione artistica futura ed ha raggiunto le cime più alte dell’espressione artistica greca. Parte dalla seconda metà del V secolo e si estende a tutto il IV secolo a.C, e presenta caratteri unitari e ben definiti, in cui vennero sintetizzati i due linguaggi -del dorico e dello ionico- in un nuovo linguaggio che si inquadra nell’ambito della cosiddetta scuola attica.
A questo periodo risale il complesso monumentale più significativo del periodo classico: l’Acropoli di Atene, costruita per volontà di Pericle affinché divenisse il simbolo della grandezza greca. Quando Pericle assunse il potere dopo la morte di Cimone nel 450 a.C. portò l’Acropoli, che già possedeva delle costruzioni precedenti, al suo massimo splendore. Il primo edificio innalzato sull’Acropoli fu il Tempio di Athena Parthenos, costruito tra il 447 ed il 438 a.C. chiamato Partenone in relazione al Parthenon, come era chiamato in origine il tesoro della Dea.
Il Partenone è un octastilo periptero dorico. Dedicato alla protettrice della città, quasi a volere ingraziarsi la Dea nel difficile momento della contesa con i Persiani. La sua progettazione, ad opera degli architetti Iktino e Callicrate, fu iniziata nel 447 a.C. quando venne inaugurata la grande statua crisoelefantina, -oro e in avorio-, dell’Athena Parthenos di Fidia. Come base venne utilizzata, opportunamente ampliata, la piattaforma del precedente tempio. Iktino volle mantenere la divisione della cella in due settori, il vano principale a ovest a tre navate con doppia fila di dieci colonne, il secondo a est, a pianta quadrata, con quattro colonne che sostenevano il soffitto ma tenendo conto, però, delle proporzioni monumentali che Fidia prevedeva per la statua. Mantenne allora la divisione in due sale della cella del precedente tempio, e trasformò la ripartizione degli spazi e dei volumi. Aumentando l’ampiezza della cella il numero delle colonne sulla facciata passò da sei a otto; i corridoi del peristilio vennero ridotti, il pronao e l’opistodomo ebbero meno profondità. La decorazione scultorea era distribuita su novantadue metope della trabeazione su un fregio di 160 mt che girava intorno alla cella. I frontoni invece presentavano, a est, la nascita di Atena ed a Ovest la contesa tra Atena e Poseidone. I frammenti dispersi furono poi messi insieme grazie ai disegni di Carrey, eseguiti prima dei danneggiamenti subiti a causa di una esplosione. Dopo la costruzione del Partenone si continuò ad edificare nell’Acropoli, fino alla fine del V secolo a.C. Si trattava adesso di erigere un ingresso monumentale in sostituzione del precedente accesso, costruito nel VI secolo a.C. Che non rispondeva più alle esigenze del rinnovato Tempio.
I lavori cominciarono nel 437-436 a.C. ma non furono mai terminati a causa della guerra del Peloponneso tra Atene e Sparta, (432 a.C.). I Propilei, con i quali si supera il dislivello occidentale della collina, furono edificati per opera di Mnesicle. Composti da un corpo centrale munito di sei colonne doriche sulle due facciate –ad ovest ed est., l’interno è diviso da una parete a cinque porte in due vestiboli, dei quali quello occidentale è il più grande e presenta tre navate separate da due file colonne ioniche. Al corpo centrale si affianca a nord, un edificio formato da un’ampia sala e da un portico a tre colonne. A sud dei Propilei, il Tempietto ionico, tetrastilo, di Athena Nike, (430-420 a.C. Circa). Ebbe alterne vicende e solamente dopo la morte di Pericle, nel 424-423 a.C., il progetto di Callicrate fu ripreso. Si tratta di un tempio in marmo pentelico, avente quattro colonne sulle due facciate, con un’unica cella. Lungo il lato sud delle mura fu costruito l’Eretteo, (421 – 405 a.c.) il cui corpo principale è costituito da un tempio ionico con sei colonne su fronte come accesso alla cella dell’Athena Polias, dove era conservata la statua della dea -che si credeva fosse caduta dal cielo; il fronte occidentale è chiuso da un’altra parete. Nel lato nord un vestibolo con quattro colonne ioniche sul fronte e una su ciascun lato, racchiudeva il segno del colpo del tridente di Poseidone, dando l’accesso alla cella del dio. Nel lato meridionale la Loggia delle Cariatidi, presenta sei statue femminili, le cariatidi appunto, di cui oggi vediamo delle copie. Dal III secolo al II secolo a.C. si svolge il periodo Ellenistico.
Alessandro Magno riunisce in un grande unico impero le civiltà dell’Oriente e della Grecia, e l’arte greca arricchendosi di apporti provenienti da culture diverse, perde il suo carattere unitario. L’uomo perde quei punti di riferimento che sin ora lo avevano sostenuto e si sente come disperso, facendo confluire questo suo sentimento nella produzione artistica. A questo periodo risalgono edifici monumentali e celebrativi della potenza dell’impero; si costruiscono nuove città, che seguono schemi concettualmente simili agli odierni piani regolatori. Nel IV sec. a. C. Ippodamo da Mileto ipotizza schemi planimetrici regolari, con tracciati viari tra loro perpendicolari che ebbe molto successo nell’organizzazione delle città antiche. Gli schemi ortogonali erano già stati applicati nel VI sec a.C. nei centri coloniali di Metaponto, Posidonia Agrigento e Selinunte. La scacchiera ippodamea, così venne denominata, si basò su tre assi longitudinali, detti decumani, che procedendo in direzione est-ovest, venivano intersecati da assi perpendicolari, -cardi-, secondo l’orientamento nord-sud. Inoltre ad Ippodamo di Mileto si deve la dottrina della distribuzione funzionale, per cui le aree venivano diversificate in relazione all’uso cui erano preposte.

L’Architettura etrusca

Quando si parla di Etruschi, si pensa istintivamente alla loro civiltà e alla loro particolare attenzione per il mondo dei morti. Se non molto, in fondo, si è riusciti a sapere riguardo all’arte etrusca ancora meno purtroppo si sa delle loro espressioni architettoniche. In architettura, gli etruschi furono portatori di un noto sistema costruttivo di probabile derivazione mesopotamica, l’arco, che sarà poi recuperato e portato alla perfezione dall’audacia costruttiva dei Romani. A supporto della possibile derivazione delle popolazioni etrusche dalle zone orientali, poterebbe essere utile la tesi che sostiene che essi ricorrevano ad una tecnica per la “divinazione”, simile a quella adoperata in Mesopotamia: la lettura del fegato degli animali. Questo giustificherebbe pertanto anche l’utilizzo dell’arco. Eccetto i pochi resti di mura e porte di città non abbiamo testimonianze di templi etruschi o edilizia comune come le case, segno che la maggior parte di tali costruzioni era realizzata con materiali piuttosto deperibili nel tempo.
Gli Etruschi hanno prelevato spunti dalla cultura greca per la realizzazione delle loro opere architettoniche naturalmente elaborandole con elementi originali, specie nell’apparato decorativo, che tuttavia conserverà sempre uno spiccato carattere artigianale. Grazie a Vitruvio e al suo noto Trattato, possiamo ricostruire l’immagine di un antico Tempio Etrusco.
Altro importante aiuto per la ricostruzione delle forme del Tempio è costituito dalle urne fittili a forma di tempio. I templi etruschi, dei quali pochi resti si trovano ad es. Veio, Fiesole, Orvieto, (per ciò che riguarda muri di fondazione e terrecotte decorative), presentavano un ampio sviluppo della parte frontale e venivano eretti su alti basamenti lapidei. Ad essi si accedeva da una scalinata posta sul lato anteriore. La pianta era composta di due parti: il pronao, con più file parallele di quattro colonne di tipo tuscanico, – con base, fusto liscio, capitello a echino e abaco circolare- e la cella, che poteva essere ad un unico ambiente, o presentare tre ambienti, dei quali quello centrale poteva essere il più ampio. I tetti erano a doppio spiovente, di legno e coperti da coppi e tegole, sostenuti da travi decorate da lastre di terracotta policrome impreziosite da bassorilievi. Delle antefisse venivano poste al termine delle file di per trattenere la copertura. Il frontone, gli spioventi e il colmo erano decorati con acroteri. Gli acroteri inizialmente ornati con motivi semplici, si sono poi evoluti in vere e proprie statue: vedi ad es. l’Apollo del tempio di Veio del 500 a.C., attribuito a Vulca. Verso il VII secolo le città vengono munite da mura costruite a blocchi squadrati di forma rettangolare, dove si aprivano le porte di accesso alle città, generalmente in numero corrispondente alle tre vie principali (note quelle di Perugia e Volterra).
Altre testimonianze costruttive di rilievo sono le necropoli che posseggono raggruppamenti di tombe che ci mostrano sommariamente l’organizzazione dei centri urbani etruschi. Le tombe di Cerveteri ne rappresentano un eloquente esempio: si tratta di un insieme di tumuli, molti dei quali realizzati su basamenti scavati nella roccia. Sotto ogni tumulo vi sono più tombe che possono essere articolate in vari ambienti. A partire dal VI secolo a.C. nelle tombe completamente scavate nella roccia come le tombe di Tarquinia, la camera presenta un soffitto piano o a due spioventi o a cassettoni, che poteva essere anche sostenuto da pilastri o colonne. La copertura ad arco e a volta, basata sul principio dell’incastro e del reciproco sostegno dei blocchi, rappresenta il maggiore apporto all’evoluzione dell’architettura dato dagli Etruschi. Questo sistema poi sarà ripreso dai Romani, che ne faranno un elemento fondamentale di tutta la loro architettura.

L’Architettura romana

L’architettura romana richiama subito alla mente la potenza politico-militare dell’antica Roma. Non è un caso. La spazialità espressa dall’architettura romana è stata appositamente studiata per questo, ed è stata studiata bene, se, a distanza di secoli, il messaggio che ne deriva è ancora lo stesso. I romani, privilegiarono l’architettura fra le arti e l’attività del progettista fu considerata come la più nobile, anche se anche tutte le altre arti erano considerate efficaci strumenti di propaganda per imporre e, successivamente tramandare, la grandezza di Roma. Le origini della città risalgono al 753 a.C. data della leggendaria fondazione di Roma.
Il 509 a.C. segna la sconfitta degli etruschi e l’istituzione della Repubblica. Nei primi secoli, coincidenti con l’età dei sette re, culturalmente Roma aveva subito essenzialmente l’influenza delle vicine città etrusche. Nell’età della Repubblica, Roma si afferma sul Lazio, sugli Etruschi e sulla Magna Grecia, e, nel II secolo a.C. in seguito alle guerre puniche, diventa la più grande potenza del mediterraneo occidentale. Entra in contatto con le opere artistiche provenienti da tali aree, come bottino di guerra; ciò favorirà quel progressivo arricchimento del repertorio artistico romano, che tradurrà i nuovi apporti nel suo personale mondo artistico.
Dal II sec. a.C. I romani costruirono città, applicando il sistema ortogonale di Ippodamo di Mileto, che diviene l’impianto più diffuso nelle città conquistate e rifondate dai Romani come proprie colonie. Gli assi principali detti cardo e decumano, furono eletti ad assi viari più importanti. Le nuove città sorgevano preferibilmente in zone pianeggianti ed all’incrocio delle grandi vie di comunicazione. Roma inoltre ripartì il territorio in proprietà agrarie dalla forma regolare, con le note “centuriazioni”. Una suddivisione che, seppure in maniera discontinua sopravvive ancora oggi, nell’orientamento delle divisioni proprietarie.
Per primi i Romani ebbero la capacità di pianificare vaste aree senza perdere di vista la visione complessiva dei territori in loro possesso e, il disegno del territorio, divenne anch’esso strumento di governo delle popolazioni conquistate e funzionale alle esigenze del vasto impero. Reti viarie, ponti e acquedotti, dimostrano ancora oggi a quale livello di perizia i romani fossero giunti nel costruire opere a scala territoriale. Dimostrarono anche un notevole progresso nelle tecniche costruttive. In tardo periodo repubblicano al concetto utilitaristico del governo della città si affiancherà il concetto di decoro, e, successivamente saranno gli imperatori con il loro desiderio di lasciare un ricordo indelebile, ad arricchire Roma di edifici monumentali e superbi.
Dal 29 a.C. al 14 d.C. Ottaviano Augusto inaugurerà il periodo dell’Impero. L’arte sarà complessivamente ispirata al classicismo greco e avrà finalità rappresentative. Il periodo dell’Impero, vedrà un fiorire di opere pubbliche, come teatri e templi, nelle quali si risentirà dell’influenza ellenistica; ed è proprio nel periodo di massima fioritura che si attestano le maggiori affinità dell’arte romana con i modelli ellenistici. L’architettura, viene riconosciuta il mezzo più adatto per celebrare la potenza di Roma e renderla visibile e comunicabile. Nel corso dei secoli si succederanno gli imperatori della casa Giulio-Claudia; quelli della casa Flavia, che realizzeranno alcune fra le opere più imponenti di tutta l’architettura romana e quelli designati per adozione, tra cui Adriano.  Con Adriano l’architettura romana conosce un periodo di evoluzione di forme e contenuti…. Adriano era un imperatore raffinato ed istruito, grande cultore della Grecia; le opere costruite sotto il suo governo sono note per esprimere il cosiddetto classicismo Adrianeo proprio perché egli volle incidere nella cultura del proprio tempo attraverso il conferimento di una impronta classica. Villa Adriana a Tivoli esemplifica tutte le componenti di questa ricercatezza. Essa è concepita in relazione al paesaggio e gli edifici ivi contenuti non rinunciano al rapporto con esso. Fu Adriano inoltre a ricostruire il Pantheon fissando la tipologia ideale del “tempio rotondo”. Il classicismo Ardrianeo si diffuse in Africa e Asia minore, ma perse i contenuti originari risolvendosi in una varietà di soluzioni formali che si fusero con le tarde correnti ellenistiche. Successivamente sarà il tempo degli imperatori Antonini. Dal 193 al 235 d.C. invece si avrà l’età dei Severi e nel 284 d.C. Diocleziano, dividerà l’Impero in quattro parti governate dai tetrarchi. Il mondo dell’arte si aprirà a nuovi apporti e cominceranno ad emergere primi sintomi di decadenza, pur in presenza di una intensa attività costruttiva dotata di grande senso per gli effetti scenografici. Il 312 d.C. segna l’inizio del periodo di Costantino, che concederà libertà di culto ai Cristiani con l’editto del 313. A Costantino si deve inoltre il trasferimento della capitale a Costantinopoli.
Caratteristiche dell’architettura romanasono essenzialmente un utilizzo di materiali poveri per la costruzione di masse murarie che determina una possibilità di autonomia tra struttura e decorazione. Pertanto le colonne o le trabeazioni, spesso servivano ai romani a rivestire un’opera architettonica più che a reggerla staticamente. Spesso si utilizzerà la sovrapposizione degli ordini, che, oltre a quelli già noti come lo ionico e il corinzio, saranno incrementati con l’ordine composito, tipicamente romano, che presenterà un capitello corinzio con l’inedita aggiunta di volute ioniche. I materiali maggiormente usati furono il travertino, l’argilla, ma anche il tufo. Si disponevano piccoli blocchi, che venivano poi legati da una malta cementizia ottenuta dall’impasto di calce, sabbia e pozzolana. Le tecniche utilizzate per le murature si basavano sulla realizzazione dei cosiddetti muri a sacco. Tra i vari tipi di muratura si distinguevano: – l’opus caementicium, in cui un impasto di malta e frammenti di pietra veniva gettato in cassoni di legno, perché ne assumesse la forma; l’opus incertum, e l’opus reticulatum. All’opus latericium, realizzato con mattoni, si deve la costruzione di superfici curve che favoriranno lo sviluppo della volta a vela e la cupola. L’architettura greca aveva impostato sulle linee rette le sue architetture, quella romana elegge la curva a principio compositivo dalla piccola alla grande scala.
La generatrice formale dell’architettura romana è dunque linea curva sia in pianta, dove troviamo esedre, absidi e rotonde, sia nell’alzato dove spiccano archi, cupole e volte. L’arco romano è a tutto sesto. Esso deriva dalla tradizione etrusca ma trova nell’organizzazione compositiva delle architetture romane, un vastissimo impiego, nell’edilizia come nelle opere di pubblica utilità, nelle architetture monumentali rappresentative e anche isolato, quando diventa arco trionfale. All’inizio l’arco trionfale si componeva di due enormi pilastri, in cui era aperto un arco, con un attico sovrastante. Poi l’arco trionfale si rivestirà di riferimenti classici: colonne ai lati dell’apertura, e il timpano. Nell’arco di Costantino, i fornici diverranno tre, dando luogo a due altri archi laterali più piccoli del centrale.
Le volte rappresentano un altro elemento architettonico caratteristico dell’architettura romana. Esse non sono altro che lo sviluppo della struttura ad arco per ricoprire ambienti, anche molto ampi. Altra struttura che deriva, questa volta, dalla rotazione dell’arco, è la cupola. Presenta una forma emisferica ed è impostata su di una base circolare, o poligonale mediante opportuni raccordi. Infine un altro elemento ricorrente era il catino. Si trattava di un soffitto semisferico atto a coprire vani semicircolari, detti abside quando posti nella parte finale di un edificio o esedra se si trattava di ambienti semicircolari a forma di nicchia.
L’architettura romana si distinguerà da quella greca principalmente nella personale definizione di una spazialità interna che viene utilizzata per contribuire diffondere nel vasto impero una consapevolezza di appartenenza ad una potenza senza pari. Nell’architettura romana si definisce una differenza sostanziale tra spazio interno ed esterno. Lo spazio esterno è semplicemente quello nel quale l’edificio è posto, quello interno è quello contenuto dall’edificio. Gli spazi interni presentano spesso effetti di luce con l’uso sapiente delle bucature che si aprivano all’esterno. Rappresenta l’ideale tipologia di tempio rotondo con all’esterno, un pronao rettilineo, il Pantheon (27 a.C.-124 d.C. iniziato da Agrippa distrutto da un incendio e poi ripreso da Adriano), è un unico grande ambiente circolare e presenta una gigantesca cupola a calotta, decorata all’interno a cassettoni e munita di un oculo centrale. I lacunari costituiscono l’ornamento della cupola e vanno restringendosi nel convergere verso l’oculo centrale. La luce filtra dall’oculo -impluvium- e si diffonde incidendo sui lacunari. Il risultato è di grande effetto poiché contribuisce alla dilatazione della spazialità interna, dando un senso di avvolgente spazialità.
Architettura romana: tipologie
- Tempio – Afferma Argan: “diversamente dal canone greco, che consiste in un sistema di rapporti o proporzioni ideali, il “tipo” è uno schema di distribuzione di spazi e di parti in relazione alla funzione pratica o rappresentativa dell’edificio (…) il tipo del tempio romano deriva da quello etrusco e, poi dal greco; ma la sua forma corrisponde a una diversa funzione, poiché il rito religioso è anche funzione pubblica, a cui partecipano le autorità dello stato e la popolazione, esso si svolge all’esterno: davanti al tempio vi è perciò un vasto spazio libero; la costruzione si erge su un alto basamento”. I templi romani si differenziano da quelli greci, in primo luogo per l’ubicazione. Essi infatti sorgono per lo più in contesti urbani, e non in posizione dominante come avveniva per i templi greci ubicati nelle acropoli. Lo schema costruttivo del tempio, si rifà al precedente modello etrusco. Sulla facciata principale, si apre un profondo portico elevato su di un alto podio a gradini. La cella però è più grande e le colonne, si ispirano anche agli ordini ionico e corinzio. Il colonnato che circonda la cella diviene una serie di semi-colonne addossate alle pareti laterali. In età imperiale il tempio, si evolverà in altre forme e sarà anche a pianta centrale (circolare o poligonale) più ampio e/o arricchito da nicchie ed absidi. Alcuni esempi di templi romani: il tempio della Fortuna virile del I a.C; il Tempio di Vesta a Tivoli del I d.C. Ed il tempio di Marte Ultore del 42 a. C.

- Teatri e anfiteatri – Nell’ultimo secolo della repubblica, il teatro romano riprende lo schema del teatro greco: la costruzione della scena e la cavea sono però concepiti diversamente. Mentre i greci sfruttavano le pendenze naturali delle colline per realizzare le gradinate, i romani, grazie alle loro capacità tecniche e all’impiego di archi e volte, costruivano teatri anche su siti pianeggianti, realizzando imponenti strutture per dare la giusta pendenza alle gradinate. Quindi il teatro romano non si adatta più al pendio naturale del terreno, ma può trovarsi anche all’interno di un contesto urbano. Il teatro è un edificio costruito per le rappresentazioni teatrali, e l’azione scenica si svolge su un podio; alle spalle vi è una quinta scenografica. Le strutture ad arco che sostengono le gradinate diventano parte essenziale dell’edificio e lo caratterizzano all’esterno.
Non bisogna confondere la struttura del Teatro con quella dell’Anfiteatro: infatti, mentre il teatro è un edificio dalla pianta semicircolare, l’anfiteatro è una struttura dalla pianta ellittica, che serviva non alla rappresentazione teatrale ma allo spettacolo come ad es. quelli di esercizi ginnici o dei gladiatori. L’anfiteatro dalla forma ellittica, è una espressione architettonica originale romana. L’arena posta generalmente più in basso rispetto al piano stradale, limita lo sviluppo in altezza dell’edificio e consente di ricavare quell’ampiezza utile alla grande cavea, divisa in settori. L’anfiteatro Flavio, detto il Colosseo, fu eretto in epoca imperiale e ne costituisce l’esempio più noto. Costruito nell’80 d.C. Fu inaugurato da Tito e passò alla storia come il “colosseo”. Consiste in un edificio dalla grande mole ellittica ed è tuttora l’immagine simbolo di Roma, che ne caratterizza il paesaggio urbano. Vi si svolgevano i giochi del circo. Sotto la cavea si trovavano delle gallerie anulari che si denunciavano all’esterno in tre ordini di arcate. L’altezza è di 50 mt e il diametro maggiore è di 188 mt. Posto in asse con il foro, il Colosseo era posto a definirne la prospettiva monumentale, idealmente relazionandola con le emergenze architettoniche del Celio e del Palatino. Afferma Argan: “ la sua forma tondeggiante era il fulcro del sistema di masse e di vuoti, cioè di edifici, di vie e di piazze, che costituiva il tessuto del centro cittadino: per la prima volta l’edificio era concepito a scala urbanistica”.
- Terme – Le terme romane sono generalmente costituite da un vasto edificio centrale che contiene le aule termali con piscine di acqua fredda, tiepida e calda, palestra per la lotta e giardini; In un grande recinto sono disposte biblioteche e servizi e una gradinata per il pubblico che assiste agli spettacoli ginnici. Le terme avevano una funzione sociale di incontro e svago. Si trattava di edifici con ambienti dalle più diverse forme, destinati ai bagni in acque calde e fredde, agli esercizi ginnici, ai massaggi, ma anche a forme di socializzazione. Le terme di Caracalla sono l’espressione della tendenza al gigantesco che distinguerà le produzioni della tarda romanità. Palestre, giardini, uffici e botteghe e lo stabilimento termale erano all’interno di un vastissimo recinto rettangolare. Molto complessi gli impianti tecnici che consentivano di distribuire acque alle varie temperature. Le sale erano sormontate da cupole che al loro volta erano sostenute da colonne di marmi policromi.
- Fori – Il foro è uno spazio aperto, una specie di grande piazza che risponde sia all’esigenza della sosta che a quella del transito. fori erano dei mercati, o luoghi dove potere svolgere affari, composti da spazi chiusi, aperti e semi-aperti- in esso trovavano spazio i principali edifici pubblici della città. Si inserivano nel contesto urbano come organismi aperti ma complessi ed articolati in molteplici funzioni. Il Foro Romano è il più antico dei fori di Roma. All’interno si trovavano il “Lapis niger” cioè il sepolcro di Romolo ricoperto da una nera lastra di marmo; il Tempio di Vesta, le Basiliche Emilia e Giulia, oltre a quella di Massenzio. Il tempio di Venere e quello di Castore e Polluce. I fori Imperiali furono costruiti a nord del foro romano. E’ il foro di Augusto a iniziare la serie dei fori imperiali. Consisteva in una piazza ampia di forma rettangolare porticata. Alla estremità, il tempio di Marte Ultore -42 a.C. Il foro di Traiano era il più grandioso. Costruito tra l’anno 111 d.C. Ed il 114, da Apollodoro di Damasco era per due lati collegato al foro di Augusto a alla basilica Ulpia. Consisteva in un’aula rettangolare porticata e presentava nei lati corti due absidi. Dalla basilica si passa ad un cortile che al centro presenta la colonna Traiana, 113 – alta 36 mt.. Alle spalle dell’emiciclo settentrionale del piazzale sono i mercati Traianei, costituiti da una serie di ambienti – le Tabernae- disposte a semicerchio.

- Basiliche – all’interno delle basiliche romane venivano esercitate le funzioni proprie della magistratura. Trattandosi di un importante elemento della vita pubblica, la basilica consisteva in una ampia costruzione rettangolare. La copertura era a tetto retta da colonne. Si ricorda la basilica Giulia, nel foro repubblicano. Rettangolare e porticata era la sede dove si amministrava la giustizia. Le due gallerie porticate erano generate da file di colonne che erano poste intorno al vano centrale, spazio aperto e articolato che appariva più che altro un prolungamento ideale dello spazio aperto del foro, solo che era al coperto. Un altro esempio di Basilica è quella di Massenzio, la cui costruzione ebbe inizio nel 308 d.C. Fu completata da Costantino nel 312.
- Case, ville, palazzi – L’abitazione privata, che in epoca romana assume una importanza ancora mai acquisita. Le tipologie di tali abitazioni dimostrano il diverso ruolo che un individuo ricopre nella società. Le abitazioni “patrizie”, cioè quelle dei cittadini più agiati, erano spaziose ed areate, riscaldate d’inverno dagli ipocausti, complessi dispositivi che facevano passare correnti d’aria calda sotto i pavimenti. Già nel IV-III secolo a.C. Questo tipo di abitazione presentava un un ingresso, il vestibulum, e uno stretto corridoio di accesso affiancato da stanze di servizio; caratterizzata da un’ampia sala centrale – l’atrium- eracoperta dalle quattro falde del tetto spiovente verso l’interno (il compluvium) utile a convogliare l’acqua piovana in una vasca posta al centro dell’atrio (impluvium). Intorno all’atrio si disponevano le camere dal letto (i cubicula) e due ambienti di disimpegno aperti (alae) alle sue estremità, mentre in fondo all’atrio si trovava una sala – il tablinum spesso affiancata da un corridoio di passaggio all’orto-giardino (hortus) alle spalle della casa. Nel corso del II secolo a.C. l’originario hortus si trasformò in un vero giardino (il peristilium) con fontane e statue, che era circondato da quattro ali di portico a colonne sul quale, si affacciavano le principali stanze di soggiorno. Gli interni erano ricchi di marmi policromi, affreschi e statue, e spesso anche mosaici. A queste prestigiose abitazioni si opponeva la modestia delle insulae, che erano a quattro o cinque piani e divisi in appartamenti e le loro strutture, in conglomerato cementizio rivestito di laterizio, presentavano tetti inclinati e coperti con tegole. Le insule avevano, un po’ come i contemporanei edifici multipiano a scopo abitativo, balconi e ballatoi retti da mensole di legno o pietra.
Il palazzo che si fece costruire Nerone tra l’Esquilino e il Celio fu chiamata la “Domus aurea”. In realtà si trattava di un complesso architettonico di corpi e giardini articolati intorno ad un vasto salone ottagonale. La copertura a cupola di questa grande sala girava come la volta celeste. Questo denotava la volontà di rapportare l’edificio alla natura e in ciò sta anche la capacità di collegare l’edificio ai giardini “nel concepirla- afferma Argan- non già come un blocco chiuso, ma come un organismo snodato”. Tutta l’architettura imperiale sarà ideata secondo un concetto di movimento di grandi masse costruttive in vasti spazi liberi. Il palazzo di Diocleziano a Spalato è del 300 d.C. Ed è un edificio immenso, progettato per ricoprire diverse funzioni. Più che altro si tratta di un insieme di edifici diversi racchiusi da un unica fortificazione. Nato per esprimere il senso del potere in realtà comunica proprio il senso della incombente precarietà.

Architettura paleocristiana

I primi esempi di arch. Paleocristiana sono quelli sviluppatisi in età pre-costantiniana, per l’edificazione dei primi luoghi di sepoltura, quando i cristiani cominciarono ad avvertire la necessità di possedere luoghi dove seppellire i loro morti, separatamente dai pagani, e acquisirono delle aree cimiteriali. Prevalentemente le aree cimiteriali erano previste all’aperto, ma, dove non era possibile occupare vaste aree si ricorreva a degli scavi.
Dal II secolo d.C. si diffonderanno le catacombe, in relazione alle caratteristiche geologiche delle varie zone. Se ne costruiranno a Napoli, Siracusa, Roma, ma anche nell’Africa settentrionale. Le catacombe, contrariamente a quello che generalmente si pensa, non erano i luoghi segreti dove i cristiani si rifugiavano per sfuggire alle persecuzioni o esercitare liberamente i loro culti, ma dei veri e propri cimiteri. Si trattava di cunicoli disposti su più piani, fatti in modo da poter ospitare moltissimi defunti. Il termine catacombe, pare che si sia diffuso dal sec. IV, in riferimento al nome del cimitero sito sulla via Appia, nella località chiamata appunto, ad catacumbas. Le pareti dei cunicoli possedevano i loculi, scavati nel tufo, che venivano poi chiusi con delle lastre, in pietra o tegole in cotto, dove venivano incise figurazioni o iscrizioni, su di uno strato sottile di intonaco. A volte per distinguere una tomba dall’altra poteva bastare anche l’applicazione di una moneta. Le tombe appartenenti alle famiglie più agiate invece, erano in camere isolate o poste in gruppi di ambienti, ed erano detti i “cubicola”.
Qui le salme erano deposte in dei vani rivestiti di lastre di pietra o anche di cotto, e sormontati da archi, -il cosiddetto arcosolium-. Dopo l’editto di Costantino ed il conseguente riconoscimento del Cristianesimo, e dopo gli eventi storici successivi al crollo della potenza di Roma come Impero, il Cristianesimo assume un ruolo determinante nel quadro socio-politico Europeo, proprio per quel suo essere erede della civiltà occidentale e dei valori di cui essa era portatrice. Roma, da potenza militare assume ora il nuovo ruolo di punto di riferimento religioso e spirituale. L’arte e l’architettura erediteranno, il patrimonio culturale artistico del mondo antico e lo rielaborerà in forme proprie, anche se molto gradualmente.
Dopo il 313, il Cristianesimo si dota dei propri edifici di culto, e, l’architettura paleocristiana raggiunge il suo periodo di massimo splendore proprio nell’età costantiniana. I primi cristiani trovarono utile utilizzare il già ampiamente sperimentato linguaggio architettonico dei romani, per esercitare il compito di divulgazione e diffusione del loro credo religioso, e quando si presentò l’esigenza di trovare una nuova tipologia d’edificio sacro, la scelta si orientò sulla Basilica romana. Ciò per un duplice motivo, pratico e simbolico. Il tempio classico, era lo spazio della divinità, al quale potevano accedere solo i sacerdoti, ma non i fedeli. La basilica romana era un luogo fatto per accogliere, e, pur non essendo stata concepita in origine come spazio religioso, era nata come spazio a carattere collettivo. Essa voleva accogliere, abbracciare la gente e si confermava tipologia idonea a tale scopo. Inoltre si trattava di sostituire anche simbolicamente il tempio classico, visto come simbolo della concezione religiosa politeistica. Per questi due motivi principali ci si rivolse alla basilica romana.
Quindi, in architettura, da un modello precedente romano, si svilupperà una tipologia che via via crescerà di importanza fino a diventare simbolo essa stessa di tutta la comunità religiosa cristiana nel mondo. La Basilica cristiana, che diviene l’ecclesia, il luogo di riunione per eccellenza della comunità cristiana. Tali tipologie si diffonderanno molto velocemente già dall’età costantiniana per tutto il V sec. Rispetto al modello della basilica romana, quella cristiana presentava l’ingresso in uno dei lati minori, per cui si seguiva l’asse longitudinale ingresso-altare-abside.
Questo sottolineava idealmente il percorso da compiere per il fedele, e il suo avvicinamento verso l’altare era interpretabile come un simbolico cammino verso Dio. Lo sguardo dei devoti infatti, in questo modo convergeva sempre verso l’altare. Dal punto di vista della distribuzione architettonica degli spazi, le Basiliche cristiane, presentano una simmetria bilaterale, rispetto all’asse longitudinale. Esse si sviluppano lungo l’asse longitudinale, e prendono un orientamento da ovest verso est, con chiari riferimenti simbolici. Anche la forma della pianta ha un forte significato: essendo a forma di croce essa rappresenta un chiaro richiamo alla croce del Cristo.
Nelle basiliche più tarde troviamo un braccio trasversale -il transetto, che determina la tipica pianta a forma di croce latina. La pianta può inoltre essere a croce commissa, -cioè a forma di tau-, o anche a croce greca. La basilica è divisa in una, tre o cinque navate da file di colonne, architravate o sormontate da archi. La navata centrale è maggiore delle altre per larghezza e lunghezza; Più alta rispetto alle laterali, nella parte superiore del muro atta a contenere le aperture, che possono illuminare dall’alto lo spazio della navata centrale. La parte terminale, di solito riservata al clero, prende il nome di presbiterio, separato da un arco, dal resto della basilica. Al centro del presbiterio è posto l’altare, che può essere sormontato dal ciborio. Lateralmente, al termine della navate sovente, si trovano gli amboni. All’interno della basilica si accede da diverse porte poste in corrispondenza delle navate. La chiesa è preceduta da un cortile quadrangolare, porticato e scoperto, detto quadriportico. Il quadriportico aveva la funzione di raccogliere i catecumeni durante il periodo della loro istruzione. I catecumeni, erano coloro i quali non erano ancora ammessi all’interno della chiesa poiché non ancora battezzati. La chiesa termina con una nicchia semicircolare detta abside, coperta da una calotta, il catino, e sporgente all’esterno. La navata centrale presenta a volte il matroneo, corridoio riservato al passaggio delle donne. La copertura infine spesso consiste in un tetto a doppio spiovente con capriate a vista, o nascoste da un soffitto piano decorato riquadri, detti lacunari.
Dal 379, è Milano la capitale dell’impero romano d’occidente. Vi verranno costruite numerose basiliche, come quella trasformata poi in S. Ambrogio. A Roma invece la prima basilica monumentale fatta edificare da Costantino è S. Giovanni in Laterano, oggi trasformata. Anche San Pietro, vanta origini antichissime… originariamente era una grande sala in legno a cinque navate con tetto a capriate a vista. Santa Maria Maggiore fu iniziata nel 352, all’interno conserva un aspetto originale ed è a tre navate, con un duplice colonnato ionico architravato. Anche Santa Sabina conserva l’aspetto originario. Fu costruita da Celestino I nel 430 e presenta una pianta a tre navate con colonne corinzie rudentate, sormontate da archi.
In Santa Sabina si può notare quel “processo di riduzione dalla spazialità articolata ed avvolgente del tardo-antico alla spazialità per piani giustapposti dell’architettura paleocristiana” di cui parla Argan. La chiesa infatti esemplifica, attraverso la mancanza di membrature aggettanti, la luminosità delle pareti nude e la sobrietà di decorazioni, una prevalente schiettezza delle sue funzioni e “si contrappone la forma alla forza, la sottile dottrina delle proporzioni alla brutale retorica delle dimensioni, l’eternità dello spirito alla stabilità della potenza”.
Altro tipo fondamentale dell’architettura paleocristiana, era la “rotonda”. La rotonda derivava dai ninfei termali romani e dai mausolei. Gli edifici a pianta centrale erano destinati ai battesimi – battisteri- o per celebrare la memoria di martiri, – martyria. Essi presentano pianta circolare o poligonale e le parti sono distribuite con simmetria raggiata intorno all’asse centrale. Un vano anulare, detto deambulatorio, è sormontato da volta a botte e separato da un giro di colonne, dal vano centrale che presenta copertura a cupola. Tra gli edifici a pianta centrale ricordiamo: il mausoleo di Santa Costanza, edificato per la figlia di Costantino nel 350 circa, il battistero di S. Giovanni in Laterano (con pianta ottagonale), e la chiesa di Santo Stefano Rotondo –del 470-.
Rispetto ad esempio, al ninfeo di Minerva Medica, (il modello di riferimento pagano più simile), tali edifici a pianta centrale rivelano una maggiore semplicità delle strutture e dell’impianto decorativo. Vi è invece una ricerca di equilibrio e di relazione tra le parti. Il tipo del Martyrion e dell’edificio termale è sintetizzato in un unico schema nel mausoleo di Santa Costanza, che rappresenta senza alcun dubbio, l’edificio a pianta centrale più bello giunto fino a noi. Presenta un ambulacro con volta a botte ricorrente e un vano centrale a cupola. In questa architettura si può notare una fusione tra la tecnica musiva e l’uso dello spazio. Tutto concorre alla definizione del passaggio dalla complessità spaziale dell’architettura romana alle forme permeate da un nuovo equilibrio compositivo dell’architettura cristiana. La luce è sapientemente utilizzata come nell’architettura romana, ma lo scopo ora è diverso. Non si mira più a dare un senso di potenza, di sbigottimento, ma di serenità e di sacralità. Qui “il rapporto di quantità luminose tra vano centrale e deambulatorio è sottolineato dalla ripetizione, lungo le radiali, dell’elemento di raccordo, la colonna. …la forte trabeazione che le collega, formando un forte nodo strutturale, libera gli archi da ogni sforzo apparente, dà alla loro curva valore di raccordo in profondità tra la zona di luce e quella di ombra”. Argan, Storia dell’arte italiana – Sansoni. L’architettura paleocristiana durerà, convenzionalmente, fino al 601, -anno della morte di Gregorio Magno.

Architettura bizantina

Il termine architettura bizantina, deriva dal suo essere frutto della civiltà appartenente all’antica città di Bisanzio, poi rifondata da Costantino, nel 330 d.C., e chiamata Costantinopoli. Con il trasferimento della capitale da Roma a Bisanzio e, poi, con la suddivisione dell’impero romano in Impero d’Oriente e Impero d’Occidente -395 d.C., nascerà l’Impero Bizantino che durerà sino al 1453, quando Costantinopoli cadrà per opera dei Turchi. A determinare le caratteristiche di questa architettura, confluirono vari aspetti culturali, primo fra tutti, quello derivante dalla tradizione ellenistica.
Oltre agli influssi ellenistici, il linguaggio architettonico bizantino comprenderà caratteri siriani, persiani ed egiziani, in relazione alle vaste aree dove tale civiltà si diffuse. Nonostante le ovvie differenze scaturite dai contatti avuti nelle diverse aree geografiche, l’architettura bizantina mantenne nel tempo dei comuni caratteri distintivi di fondo. Ebbe una natura essenzialmente religiosa, intesa a voler assicurare all’uomo la salvezza dello spirito. Quando ci si riferisce alla produzione dell’arte bizantina, non si deve pensare solamente alle forme espresse a Costantinopoli ed alla sua corte imperiale, ma anche a tutta l’opera capillare compiuta dai monaci ed eremiti disseminati nel vasto impero. Forse, anche per questo tali espressioni architettoniche mantengono ancora oggi un fascino particolare, che ci ricorda e ci fa sentire quella tensione dell’uomo verso Dio, che si esplicita negli edifici sacri.
L’architettura Bizantina in genere viene suddivisa in diversi periodi. Il periodo paleo-bizantino dal IV a V sec. è il primo periodo, quello per così dire “di formazione”, nel quale si attua il passaggio dalla cultura tardo-antica alle delle forme più tipiche. Essendo l’architettura bizantina essenzialmente portatrice di valori religiosi si manifesterà primariamente nella edificazione di luoghi di culto, che saranno sia pianta basilicale che a pianta centrale. Per queste ultime si prenderà spunto dalle strutture a cupola appartenenti al tardo-antico, approfondendone e sviluppandone i concetti di unitarietà spaziale e sottolineandone la centralità. Rispetto alla copertura a cupola romana, che richiedeva un muro continuo circolare per sostegno, la cupola bizantina sarà impostata su una base quadrata. Si costruiranno cupole circolari su piante quadrate attraverso l’uso di quattro triangoli sferici, detti “pennacchi”. Altro elemento caratteristico è il capitello con “pulvino”, cioè un elemento a forma di tronco di piramide rovesciato, generalmente decorato con motivi naturalistici o antropomorfi. L’età giustinianea va dal 527 al 565. Giustiniano promosse una notevole attività costruttiva. Nel 532, ricostruisce a Costantinopoli, Santa Sofia, capolavoro assoluto dell’architettura bizantina. Gli architetti, Isidoro di Mileto e Antemio di Tralles, idearono una struttura innovativa, che non si formava più per giustapposizione delle parti, come avveniva prima, ma come un tutto unico. Una immensa cupola di ben 33 mt di diametro, copre lo spazio centrale. La monumentalità dell’edificio è smaterializzata, sia dall’apertura di finestre che dalla decorazione musiva interna. L’innovazione più rilevante dell’età giustinianea, bene esemplificata da Santa Sofia, è il definitivo recupero della centralità e l’utilizzo sistematico di elementi architettonici a volta e a cupola. Da questo momento, lo schema di edificio sacro, con copertura a cupola, a pianta centrale, diventa un modello di riferimento in tutti i centri dell’impero ed in tutte le aree di influenza bizantina: come l’area balcanica, quella persiana e russa. Cambia, rispetto ai precedenti esempi di pianta basilicale, il concetto stesso di spazialità e ci si rivolge sempre più ad una concezione di spazio dilatato, quasi immateriale, per supportare il quale ci si rivolge sempre più alla decorazione musiva.
Ravenna

Un capitolo a parte merita l’architettura ravennate. Nel 540 Ravenna, a conclusione della guerra gotica viene conquistata dai bizantini e diventa la capitale dell’esarcato, che a sua volta dipendeva da Bisanzio. Questa città viene scelta per la sua posizione strategica, e per il suo porto militare, il porto di Classe. Ravenna, che diventa conseguentemente anche la sede dell’Esarca di Costantinopoli, rappresenterà in Italia un punto principale per la diffusione delle nuove forme espressive provenienti dall’Oriente. L’architettura assumerà dei caratteri tipici e si identificherà con alcune soluzioni ricorrenti come: le pareti esterne in mattoni in cotto a vista, scandite da arcatelle e lesene oppure, l’ingresso preceduto dal nartece o l’abside semicircolare all’interno e poligonale all’esterno.
Le chiese ravennati del VI-VIII secolo utilizzeranno le tipologie basilicale, per Sant’Apollinare in Classe o Sant’Apollinare Nuovo, e centrale, per il battistero degli Ortodossi e per San Vitale ( vedi foto), che, nel 547, dopo la conquista operata dai bizantini, verrà consacrata a Ravenna. Sia nella struttura che nella decorazione interna sono evidenti gli influssi bizantini. Le superfici esterne, nella loro semplicità, sono allegerite da ampie finestre.La planimetria e il gioco dei volumi ricordano il SS. Sergio e Bacco di Costantinopoli. L’interno è a pianta ottagonale e s’innesta al nartece in un angolo, dando a chi entra un’impressione di movimento. L’ingresso della basilica èinfatti consentita da due porte: una in asse e l’altra posta obliquamente all’asse principale. Dei pulvini contribuiscono a staccare l’innesto con gli archi che sembrano quasi sollevarsi in alto. La cupola, raccordata alla forma ottagonale centrale con delle nicchie, è stata realizzata con anelli concentrici di anfore vuote. La luce infine giunge da varie angolazioni e contribuisce a smaterializzare la struttura che appare leggera e quasi priva di una vera e propria massa strutturale. L’abside, affiancata da “prothesis” e “diaconicon”, sporge all’esterno con una forma poligonale. La pianta è costituita anche da un corpo centrale polilobato, circondato da un ambulacro anulare. Esedre semicircolari dilatano lo spazio interno. La cupola è all’esterno palesata dalla presenza del tiburio ottagonale. Mentre all’ esterno presenta la tipica semplicità del laterizio all’interno era interamente ricoperta da mosaici (che sono purtoppo stati in parte sostituiti da affreschi nel 1700) ora ridotti alla parte della tribuna e dell’abside. I rivestimenti musivi, atti a creare effetti di dilatazione spaziale che concorrono ad esaltarne le tensioni dinamiche, hanno una importanza sia artistica che storica: essi dimostrano infatti che da questo momento il potere imperiale si è unito con la Chiesa, tanto che da essa riceve l’investitura.

I caratteri stilistici sono quelli tipici dell’arte bizantina: le figure, disposte frontalmente sembrano quasi non avere peso materiale, (esemplificata anche dalla innaturale posizione dei piedi), e sono inserite in ambienti che non rispettano le regole di visione prospettica anzi, le sovvertono tanto da arrivare alla cosddetta rappresentazione di oggetti in “prospettiva inversa”.

Il mausoleo di Galla Placidia,-450 ca-, presenta una pianta a croce latina, ma con i bracci quasi uguali, all’incrocio dei quali, è una cupola emisferica raccordata, mediante pennacchi, al quadrato centrale. Semplicissimo all’esterno, con mattoni in cotto a vista, all’interno è rivestito di mosaici che riprendono il tema della notte. Questo contrasto tra la semplicità dell’esterno e la ricchezza dell’interno, potrebbe avere un significato simbolico: la richiesta di un maggior peso allo splendore dell’anima, contrapposto a quello dell’involucro corporeo. Lo splendente rivestimento a mosaico delle pareti interne allude inoltre ad una condizione di riscatto della consistenza dell’animo umano verso una nuova spiritualità, rispetto alla pesantezza della materia, simboleggiata dall’opacità.
Il Battistero degli Ortodossi, chiamato anche Neoniano in relazione al vescovo che lo decorò dopo il V sec. che si chiamava appunto Neone, è anch’esso spoglio all’esterno e ricco di mosaici all’interno. Il Battistero, è a pianta ottagonale e sormontato da una cupola, costruita con anfore di cotto per essere più leggera. Essa è raccordata mediante otto pennacchi, ai vertici dell’ottagono.

Non si può non citare l’episodio architettonico del particolarissimo Mausoleo di Teodorico, – inquadrabile nel 493-526, dove Teodorico manifesterà il suo pensiero profondamente ancora legato all’ideale del tardo antico. Il Mausoleo, trae infatti ispirazione dai mausolei romani della provincia ma possiede un gusto “barbarico” che si evidenzia nella decorazione “a tenaglia” e nella massa della pesantissima copertura.

Esso ha una struttura ottagonale che presenta della arcate cieche, ed è sormontata da un corpo cilindrico e coperta da una monolitica calotta schiacciata, poderosa, di impronta decisamente barbarica. Per questo motivo, questo edificio pare voler sintetizzare il gusto proveniente dalle popolazioni barbariche con le suggestioni del tardo-antico.

Il 726 è la data dell’editto di Leone III, che impedirà ogni rappresentazione visiva della forma divina. È l’iconoclastia, destinata a perdurare fino al 843. Il periodo detto iconoclastico, va infatti dal 726 al 843, e avvia un periodo di decadenza. L’architettura ricalca fondamentalmente i modelli precedenti ma si consolida il modello pianta centrale con copertura a cupola. Gli edifici sacri che si edificheranno successivamente, saranno caratterizzati da piccole dimensioni, e l’interno sarà uno spazio sacro, reso addirittura non accessibile ai fedeli durante le funzioni, riducendo lo spazio per assistere al nartece, o addirittura a quello aperto antistante. Successivamente l’architettura bizantina conosce un momento di rinascita, con la dinastia macedone.
Siamo nel periodo che va dal 867 al 1057: la forma planimetrica cui maggiormente si ricorre è quella a croce greca, e la copertura è a cupola. Presente inoltre la variante detta a “quinconce”- la croce greca inscritta in un quadrato-, che rappresenterà il tipo più diffuso, dal X sec. in poi. Infine si avrà il periodo chiamato della “rinascita bizantina”, tra il 1261 e il 1453. Si tratta di una fase tarda, nella quale si ricostituisce a Costantinopoli il potere bizantino, dopo la parentesi latina – durata ben 57 anni. Per ciò che riguarda lo sviluppo planimetrico delle chiese, in questo periodo non si registrarono variazioni significative… la forma della pianta rimane a croce greca, invece si arricchiscono notevolmente gli apparati decorativi esterni, attraverso l’uso i cotti policromi, bassorilievi e ceramiche.

Architettura romanica

L’architettura romanica segna una rinascita, una esplosione di creatività dopo la grande, collettiva paura dell’anno mille e si manifesta, con una volontà di ripresa di identità espressa da parte di tutti i paesi che vi partecipano -seppure con articolazioni diverse-, ripartendo dalle peculiarità condivisibili, lasciate in eredità dall’impero romano. Anche se i limiti cronologici dell’architettura romanica devono intendersi in relazione alle aree geografiche di riferimento, dove tale linguaggio si innesta, per architettura Romanica si può intendere genericamente quella produzione sviluppatasi in area europea alla fine dell’XI sec., che si andrà ad esaurire intorno alla metà del XIII sec.  Il periodo storico di riferimento è caratterizzato da un profondo rinnovamento di tipo economico, sociale, politico e religioso. L’alto medioevo si era precedentemente distinto per l’istituzione del feudalesimo, che aveva di fatto sostituita quella romana con tutto il corpus delle sue leggi. Anche in relazione al periodo di grave crisi economica, molte città avevano quasi del tutto perso le precedenti funzioni, e, avendo preferito i “signorotti” vivere in castelli fuori da esse, anche le popolazioni che non si sentivano più sicure, si erano conseguentemente spostate nelle campagne o in piccoli centri rurali passando ad una economia di pura sussistenza. Anche la vita monastica si era spostata in ambiti extra urbani attivando monasteri che, tuttavia assolveranno al compito di mantenere viva la cultura.
Con la ripresa dell’economia dopo l’anno mille, si attesta un rinnovato sviluppo delle città che determina anche una rinnovata coscienza civica favorevole alla ripresa dell’attività costruttiva. Il termine stesso “romanico” vuole designare quella comune eredità romana dei territori che si estendono dalla Spagna alla Francia e all’Italia fino all’Inghilterra ed ai paesi Scandinavi, e presumibilmente si adottò in riferimento all’area geografica in cui si diffuse, coincidente con quella in cui si parlavano le lingue romanze. La possibile data di inizio delle prime manifestazioni architettoniche romaniche è stata stabilita intorno al 1080. Nella seconda metà del XI sec., si attesta infatti una straordinaria fioritura successiva a delle espressioni architettoniche definibili come proto-romaniche (del IX e X sec.).
Il linguaggio architettonico romanico diverrà nel tempo lo stile internazionale comunemente utilizzato in Europa. L’architettura romanica, infatti, pur avendo espresso nelle diverse aree geografiche delle varianti anche notevoli, presenta fattori comuni che ne sanciscono generali caratteri di omogeneità. Primo fra tutti il recupero di elementi strutturali propri dell’architettura romana, in special modo di archi, volte a botte e a crociera che sostituirono le capriate di legno, soggette frequentemente ad incendi e che l’architettura diventa l’attività dominante cui le altre arti sono subordinate. L’attività edificatoria si esprime soprattutto attraverso la produzione di Cattedrali dalla articolata e massiccia spazialità. Questo anche perché in questo periodo è la Chiesa ad assumere un ruolo di primo piano all’interno della società, vista come depositaria della cultura occidentale. Con la sua presenza capillare nel territorio e con la sua potente organizzazione, utilizza l’edificio religioso -la chiesa romanica-, come simbolo della propria presenza.
La Cattedrale oltre a rivestire una funzione di carattere religioso è anche lo spazio condivisibile dalla comunità, il luogo di sepoltura degli uomini illustri e il punto di riferimento visivo dei centri urbani. Assume dunque anche un ruolo simbolico ed è demandata ad esprimere l’identità stessa delle comunità. Dall’architettura romana, quella romanica, desume l’elemento volta a crociera che diviene tema ricorrente.
Dominante e massiccia, la cattedrale basa il suo sistema costruttivo sulle pesanti murature e sui robusti pilastri, atti a sostenere il peso delle imponenti volte a crociera. Lungo le navate, spesso sono infatti proprio dei robusti pilastri a sostituire le colonne: essi sostengono una serie di volte a crociera, ad ognuna delle quali corrisponde uno spazio, detto campata. I pilastri spesso possono essere cruciformi, o “a fascio”. La copertura mediante volte in pietra, asseconda il gusto per l’articolazione spaziale degli interni. Un gioco di spinte e controspinte, viene generato dalla forma dell’elemento della volta. Per risolvere i problemi tecnici conseguente all’uso di questa copertura i costruttori romanici oppongono alla spinta delle volte della navata centrale, le navatelle laterali, coperte a volta e sormontate da matroneo, anch’esso voltato. In tal modo, la somma delle spinte esercitate va a compensare quella della volta principale. L’arco che si imposta su di essi è quasi sempre a tutto sesto, anche se alcuni esempi portano anche archi a sesto acuto. Elemento di fondamentale importanza per la struttura delle chiese romaniche è il “costolone”. Si tratta del profilo ad arco che rinforza e segna gli spigoli della volta, e che raccoglie il maggior numero di sforzi della struttura. Continuando fino a terra, origina il pilastro polistilo, utile a scaricare i pesi delle volte. Se presenti le colonne che separano le navate, in genere sono tozze e non presentano più i rapporti modulari tra altezza del fusto e diametro. Hanno basi, dotate di un plinto quadrato e presentano un capitello con forma cubica o a tronco di piramide rovesciata. Il capitello, può anche essere corinzio, e la decorazione a motivi vegetali o con figure e scene scolpite.

La pianta delle chiese romaniche, è basilicale suddivisa in navate: quella principale lunga ed ampia, e quelle laterali prolungandosi circondano il transetto e l’emiciclo absidale. La pianta si articola in alzato su tre livelli: quello delle navate, quello del presbiterio (che si presenta rialzato su gradini), e quello della cripta, (che si trova sotto il presbiterio). L’altare e la cripta sono posti all’incrocio dei bracci. Le navate laterali terminano anch’esse con absidi, affiancate a quella maggiore. Innovazioni rispetto alla basilica paleocristiana, si registrano soprattutto nella parte terminale della chiesa. Viene infatti incrementata l’articolazione della zona absidale, detta anche coro o presbiterio, che si arricchisce di più cappelle, aperte a raggiera verso l’esterno. Spesso sotto il presbiterio si destina uno spazio per un ambiente riservato alla conservazione delle reliquie del Santo cui la chiesa è dedicata. Tale ambiente, semi-sotterraneo, è appunto la cripta.
All’esterno i muri di laterizio o di pietra sono spesso dotati dei tipici rinforzi: i contrafforti. Generalmente si fa uso di materiali poveri, quelli che venivano trovati nel luogo di edificazione. I mattoni messi in opera a filari e uniti tra loro da strati di malta. Le mura, massicce e piuttosto basse, sono concepite in modo che sia netta la percezione delle masse murarie, per dare un senso di stabilità a tutta la struttura.
Tuttavia tali masse, sono in qualche modo “alleggerite” da alcuni accorgimenti formali come: delle loggette costituite da archeggiature cieche poggianti su colonnine o lesene; sistemi a logge intrecciate, e partizioni verticali delle superfici murarie attuate con lesene, sormontate da archi.
Altre modalità utilizzate per arricchire i fronti esterni, sono le strette finestre a feritoia, a semplice o doppia strombatura, i fregi decorativi con disegni geometrici e le decorazioni scultoree. Il prospetto di ingresso presenta un tetto a doppio spiovente, o a salienti. La facciata, a capanna, è spesso monocuspidata, cioè con la parte corrispondente alla navata principale sopraelevata. Il prospetto, arricchito da archi e loggette pensili presenta spesso un elemento chiamato rosone, che oltre a ricoprire n ruolo di decorazione, è atto ad illuminare lo spazio della navata centrale. Anche l’uso della luce differisce rispetto agli esempi di chiese paleocristiane e bizantine. La luce che prima giungeva dall’alto, dalle grandi aperture presenti sopra la navata centrale, nelle cattedrali romaniche giunge da piccole e strette feritoie, tenendo la chiesa in uno stato di penombra. Il portale di ingresso è riccamente decorato. Ad esso a volte erano affiancati due portali minori e, sui fianchi laterali erano posti generalmente altri due portali. Di questi, quello meridionale costituiva spesso il più ornato. Il portale è dotato di archivolto: una fascia decorata a rilievi, che può essere cordonata o scolpita, e che segue la curva stessa dell’arco, a tutto sesto -o raramente anche acuto. I portali detti a sguancio, presentano una successione di archi ciechi che seguono la strombatura dei piedritti –sostegni dell’arco. Una caratteristica tipicamente romanica fu quella di far precedere il portale principale dal protiro – una struttura costituita da un arco poggiante su due colonne rette dai leoni stilofori. In questo caso la copertura è un piccolo tetto a doppio spiovente. Altro elemento ricorrente è il campanile a pianta quadrata: esso viene inserito generalmente nel transetto (anche se in Italia, la torre campanaria viene spesso concepita come edificio indipendente). Le porte dei portali i ingresso, sono spesso in bronzo: la tecnica della fusione, viene infatti ripresa nel XII secolo. Le colonnine dei chiostri, sono tortili o decorate con motivi spiraliformi.

Alcune tesi supportano una derivazione del romanico, dalle opere realizzate in periodo ottoniano. In Germania tale architettura infatti determinò una fioritura di forme romaniche ad es. nella Cattedrale di Spira. A Colonia si svilupperà successivamente la più importante scuola del romanico tedesco. In Inghilterra si perverrà ad architetture che costituiranno la premessa del Gotico, – vedi le Cattedrali di Durham e Winchester. In Francia si distingueranno diverse scuole, come quelle delle Normandia, della Provenza, della Borgogna o dell’Auvergne. In Borgogna ed in Auvergne, ma anche in Normandia con il complesso di St. Michel ed in Provenza con S. Trofime di Arles, possediamo alcuni splendidi esempi di architettura romanica.
Sorgono in epoca romanica numerosi santuari, determinati dalla nuova tendenza al culto delle reliquie. Essi nascono lungo le vie di pellegrinaggio, proprio per potere svolgere la funzione di accogliere i pellegrini che percorrevano itinerari precisi – vedi ad es. il cammino di Santiago-, e presentano caratteri unitari. Anche in Italia si assiste a tali fenomeni: in Puglia lungo l’Appia Traiana, che la univa a Roma passavano i pellegrini, diretti alla grotta di San Michele Arcangelo sul Gargano. L’impulso dato dal pellegrinaggio verso Santiago di Compostela alla costruzione di numerose chiese, determinerà il romanico spagnolo. Noto capolavoro è proprio la Cattedrale di Santiago, che eccelle soprattutto per la preziosissima decorazione scultorea.

In Italia l’architettura romanica si svilupperà a partire dalla II metà del XI sec e durerà fino agli inizi del XIII. Il romanico italiano presenta diverse varianti regionali: quella che si sviluppò nell’area padana si configura in maniera omogenea. Esempi sono la chiesa di S. Ambrogio a Milano e quella di S. Michele a Pavia oltre alla cattedrale di Parma. Esse si distinsero visivamente per l’uso di mattoni o pietre a faccia vista e per la facciata a capanna tripartita. In area Toscana invece avremo esiti diversi per Firenze, Siena e Pisa dove le opere architettoniche romaniche, presenteranno un carattere romanico solo per alcuni elementi, mentre si utilizzerà ancora la decorazione marmorea, interna ed esterna. In Toscana, ma anche nelle Marche e in Umbria, si avrà la tipica decorazione dei muri a fasce bicromatiche orizzontali. A Venezia, per via dei suoi contatti con l’oriente, si resterà legati ad una concezione architettonica di tipo bizantino. San Marco, adotta infatti una soluzione tipica dell’area bizantina e si sviluppa a croce greca, con copertura a cupole raccordate a pilastri mediante i tipici pennacchi. Nell’Italia meridionale e in Sicilia contraddistinto dalla presenza della cultura bizantina ed araba. Si perverrà ad originali contaminazioni di elementi differenti che porteranno a loro volta a nuove concezioni architettoniche, dove le eredità lasciate, si fonderanno in un’architettura particolarissima, a volte anche caratterizzata da coperture a cupole emisferiche, – vedi San Giovanni degli Eremiti a Palermo.

Architettura gotica

Nell’immaginario collettivo architettura gotica è soprattutto quella che ci ha condotto alle maestose cattedrali, ricche di guglie e pinnacoli, arditi archi rampanti e contrafforti, gocciolatoi mostruosi che sporgono, invadenti, dalle superfici decorate; quella della ampie vetrate coloratissime dagli archi acuti, vertiginosamente alti, che conferiscono un senso di smarrimento e di esaltante ebbrezza. Ed in effetti, nessun altra manifestazione architettonica è più esplicita del gotico nel mostrare l’arditezza della tecnica, il virtuosismo costruttivo. Nell’architettura gotica si ha una spazialità dinamica che si sviluppa in una ascensionale verticalità delle forme, spinte fino all’inverosimile. Tale propensione si assocerà ad una volontà di tensione dell’anima a Dio e ciò costituirà la base del significato simbolico delle cattedrali gotiche, sospese tra spiritualità ed eresia, tra il cielo e la più terrena delle megalomanie: la sfida alla forza di gravità. Tale tendenza, nasce e si sviluppa in Nord Europa, prevalentemente, nei secoli XIII e XIV. Il gotico vuole stupire, convincere e inibire ed è l’espressione del potere religioso dell’epoca. Il termine, gotico, venne coniato nel 1500 in riferimento a “barbaro”. Si acquisisce quindi in periodo rinascimentale -e in senso dispregiativo-, come appellativo per quelle architetture realizzate con principi privi di criteri di sintesi tra le parti.  L’edificio gotico era considerato infatti piuttosto frutto di somma delle parti, e rispondeva a dei criteri, definibili dall’uomo rinascimentale, appunto come barbari. Tutta l’architettura gotica, era pertanto considerata espressione di un linguaggio poco raffinato e incurante dei fondamentali concetti di proporzionalità degli edifici, e risultava essere generatrice di organismi in genere poco armonici. I caratteri generali del gotico d’oltralpe mostrano archi a sesto acuto e i pilastri esterni – detti contrafforti-, resi più forti per contrastare le spinte eccessive; sulla loro sommità si ergono archi rampanti, atti a sostenere la spinta laterale dell’arco a sesto acuto.
L’arco rampante, diviene anche un elemento decorativo ricorrente dell’esterno delle cattedrali gotiche, come del resto i tipici elementi architettonici a cono, o piramide molto acuta, chiamati guglie o pinnacoli, posti sui contrafforti. Guglie e pinnacoli trovano posto anche lungo gli archi rampanti e sugli spioventi del tetto. Le volte a costoloni e il sistema degli archi rampanti, permise una progressiva riduzione delle masse murarie che non dovevano più assolvere al ruolo di struttura portante. Nelle cattedrali gotiche, il tiburio, posto all’incrocio fra navate e transetto, assume forma di torre, che spesso termina con una guglia acuminatissima.
A volte, anche altre due torri svettano al di sopra le navate laterali. Un rosone molto ampio, è posto sopra l’imponente ingresso della navata centrale. Essendo infatti riusciti i costruttori gotici a realizzare adeguati pilastri sempre più sottili, liberano ampie superfici, da destinare alle vetrate istoriate dai colori che si accendono alla luce. Pare che la luce che filtra illuminando le immagini sacre ne denunci una origine divina, contribuendo in modo significativo all’indottrinamento dei fedeli. Nella Sainte-Chapelle di Parigi, viene completato il programma di dissoluzione delle pareti operata dal gotico, sostituite da vetrate colorate; La Sainte-Chapelle è un capolavoro voluto da Luigi IX, San Luigi, nel 1248. Anche se già alcune costruzioni normanne già al fine del XII secolo avevano anticipato alcuni elementi dell’architettura gotica, l’edificio che generalmente si ritiene abbia dato il via al linguaggio costruttivo gotico, fu la cattedrale di Saint-Denis, iniziata intorno al 1130; L’Abate Suger, nel 1140-44 fece sostituire lo stretto coro con una costruzione più ariosa, mossa e luminosa. Lo spazio del coro viene così valorizzato divenendo elemento centrale. Esso presenta un doppio deambulatorio, dove si aprono le nicchie delle cappelle collegate tra loro. I costoloni assumeranno una funzione portante. I pilastri portanti sono circondati da piccole semicolonne atte a distribuire e assorbire le spinte trasmesse dai costoloni delle volte. La cosa interessante è che il coro di Saint-Denis per la prima volta generava un ambiente non più suddiviso in sezioni in sé compiute, ma sintetizzate in uno spazio unitario. Questo grazie anche ad alcuni accorgimenti come, la mancata evidenziazione della crociera a la parziale riduzione del transetto, e il fatto di aver prolungato le navate laterali, nei deambulatori del coro.
In seguito, nella metà del XIII sec. Notre-Dame a Parigi, rappresenterà uno dei più noti esempi di cattedrale gotica; iniziata nel 1163, per la prima volta adotta il sistema aperto dei contrafforti, con degli archi rampanti spettacolari. Il gotico, successivamente, dalla Francia si diffonderà in Europa con particolare riferimento all’Inghilterra e alla Germania. E’ ai monaci Cistercensi che si deve l’introduzione dei nuovi caratteri compositivi in Italia; le numerose chiese abbaziali da loro proposte, si orienteranno in una ricerca di verticalità sia nelle strutture che negli spazi interni. Mentre però le cattedrali d’Oltralpe saranno caratterizzate da una esagerata verticalità, in Italia, lo slancio verticale sarà piuttosto contenuto. Questo fattore è giustificabile attraverso due principali motivi: le condizioni ambientali e la tradizione. Per ciò che riguarda le diverse condizioni ambientali, l’Italia sicuramente, rispetto alle località più a Nord, possedeva una maggiore luminosità e alle Cattedrali non occorreva spingersi troppo in alto per catturare la luce…. Le finestre delle cattedrali gotiche in Italia saranno più piccole e non avremo mai quelle grandi vetrate tipiche delle chiese francesi o inglesi.
Ci si doveva scontrare, del resto, con una tradizione costruttiva, quella romana, che aveva difficoltà ad aderire al gusto gotico, così estraneo e lontano dalle tradizioni costruttive locali. L’architettura romanica, amava esprimersi attraverso i volumi compatti, e voleva dare un senso di pesantezza e stabilità. Per questo il gotico italiano sarà un gotico di compromesso tra le forme tipicamente nordiche e quelle derivanti dalla propria tradizione. L’apparato decorativo esterno, come i pinnacoli, le guglie e i complicatissimi trafori di marmo, qui non attecchiranno. Avremo un arco acuto poco ardito, e non si vedranno torri sulle navate laterali e sul tiburio, né archi rampanti. Esempi di architettura gotica si avranno a Siena che nel corso del XIV secolo ebbe scambi culturali con la Francia, e Venezia per i contatti culturali avuti in area tedesca. Il gotico contribuirà anche a cambiare l’aspetto delle città. Il periodo storico condurrà ad una sempre più spiccata separazione tra l’attività politica, quella religiosa e quella commerciale, di conseguenza anche gli edifici preposti a tali ruoli si caratterizzeranno e, nel tessuto cittadino si ricalcherà per loro uno spazio ben preciso.
Nei centri urbani, la piazza comincia ad assumere un ruolo centrale nella vita della città: qui, spesso accanto alla cattedrale è situato anche il palazzo sede del potere politico. Per questi ed altri motivi, committente delle opere architettoniche non è più solo la Chiesa ma, con l’affermazione nel 1300 della borghesia cittadina, anche cittadini borghesi più ricchi ambiranno a costruire opere pubbliche volte a segnare il nuovo volto della città. È il tempo delle Corporazioni delle Arti e dei Mestieri, ognuna delle quali ha un proprio statuto e gonfalone; esse danno il via alle edificazioni di chiese per dedicarle al proprio Santo protettore. Per eseguire i progetti, furono organizzati dei veri e propri cantieri, costituiti dalle associazioni degli artigiani che prendevano parte alla costruzione delle cattedrali. Tutto ciò avveniva sotto il controllo di un capocantiere, che in questo periodo cominciò ad identificarsi con la persona dell’architetto. Mentre nell’Italia del Nord imperverseranno ancora le forme gotiche, a Firenze si innesterà il processo di rinnovamento avviato da Giotto, attraverso un certo recupero della tradizione classica. Firenze diventa pertanto il centro di un rinnovato fervore culturale che getterà

Architettura quattrocentesca

Il termine Rinascimento, fu utilizzato per la prima volta da Vasari nelle “Vite” e fu teso a definire quella nuova visione culturale sorta nel 1400, che maturerà nel secolo successivo attraverso più complete elaborazioni. In generale si può affermare che alla base di tutto vi fu una rivalutazione dell’uomo in quanto individuo dotato di potere creativo e intellettivo. Tutto questo scaturirà dalla corrente dell’Umanesimo, che aveva portato a riconsiderare il ruolo stesso dell’individuo nell’universo. Di conseguenza, cambia anche il modo di pensare riguardo la figura dell’artista che viene, in questo periodo rivalutato nel suo ruolo creativo individuale. Nel medioevo infatti, l’architetto era considerato una sorta di capo-cantiere, che sovrintendeva alla costruzione delle opere. Non si considerava per niente il progetto che precedeva la messa in opera o almeno non lo si distingueva dalla fase esecutiva.
L’arte, come l’architettura, adesso non sarà più vista come attività di tipo “manuale” ma come prodotto derivato da una riflessione di tipo “intellettuale”, e l’opera d’arte sia essa pittorica, scultorea o architettonica, acquisterà nuovo significato. Per questo motivo, architettura, pittura e scultura divengono all’inizio di questo periodo, completamente autonome e si esprimeranno in una costante ricerca di armonia ed equilibrio fra i vari elementi che preluderà al successivo passo verso il Rinascimento.
Il ruolo del disegno, in architettura, che prima era considerato alla stregua di un semplice appunto da lavoro comincerà ad assumere importanza, ed attraverso di esso gli architetti rinascimentali riscopriranno valori come la proporzione, l’equilibrio, la simmetria e la geometria; in poche parole il linguaggio classico dell’architettura. Si farà pertanto un esplicito riferimento ai modelli architettonici dell’antichità romana, e si aprirà una nuova concezione dello spazio in chiave prospettica. La visione prospettica si concretizzerà in una ricerca di prospettive visive e nel rigore geometrico con il quale lo spazio può essere strutturato in rapporto ad un determinato punto di vista.
Lo sviluppo dei commerci, e dei contatti con altri mondi avutisi per i numerosi viaggi, intrapresi dai commercianti, apriranno nuovi orizzonti e possibilità; nel 1400 si affermeranno alcune grandi famiglie: i Medici a Firenze, gli Estensi a Ferrara, i Gonzaga a Mantova. Si perverrà alla scoperta di nuovi territori, e il conseguente formarsi di imperi coloniali condurrà a sconvolgimenti economico-sociali che cambieranno il volto dell’Europa. Si avrà un fenomeno di larga diffusione delle forme gotiche -detto gotico internazionale. In Italia tale fenomeno architettonico interesserà Milano, e, il suo Duomo ne è l’espressione più emblematica. Firenze invece, continuerà la strada intrapresa da Giotto, che aveva avviato un recupero della tradizione classica. Il ’400 è il secolo nel quale si svilupperanno le teorie dell’Umanesimo, e matureranno proprio a Firenze, che diverrà il centro propulsore del rinnovamento delle arti e dei pensieri.
Altri centri saranno Urbino, Ferrara Mantova e Rimini. Comincieranno a farsi strada gli architetti come protagonisti della storia dell’architettura: uno dei primi fu Brunelleschi, il grande sperimentatore che operò a Firenze e che è considerato l’innovatore del linguaggio architettonico in senso rinascimentale. Egli si ispirerà ai modelli dell’architettura classica, studiati profondamente e direttamente. Il suo battesimo del fuoco è il noto concorso della seconda porta bronzea del Battistero di Firenze e la formella da lui predisposta, giungerà ad essere giudicata in ex aequo a quella del Ghiberti. Ma è nel 1418, quando vince il concorso per la realizzazione della cupola di Santa Maria del Fiore, che Brunelleschi si affermerà come l’unico progettista capace di risolvere l’annoso problema della cupola.
L’evento principe che segna come una pietra miliare la svolta, è infatti considerato proprio la costruzione della cupola di Santa Maria del Fiore a Firenze. Il progetto della cattedrale, era di Arnolfo di Cambio e prevedeva la costruzione di una chiesa maestosa. Anche Giotto contribuì con il noto campanile, all’immagine di questo simbolo di Firenze. Un problema non da poco, quello della cupola… infatti, agli inizi del XV secolo la chiesa se ne presentava ancora priva, pur essendo già state terminate la navata e il transetto, e, all’incrocio, l’alto tamburo ottagonale. Tale cupola, necessitava infatti per essere costruita, di una gigantesca impalcatura di legno, per assolvere alla funzione di sostenere i conci fino al momento in cui fosse stato collocato il concio in chiave. Questo perché, in relazione alla larghezza del tamburo, doveva avere un diametro di circa 43 metri. Brunelleschi risolse progettando la cupola secondo un innovativo principio costruttivo autoportante, e la soluzione fu da lui trovata grazie allo studio dei monumenti antichi romani. Dispose i mattoni a spina di pesce per far sì che potessero creare una tessitura autoportante. La doppia calotta della cupola, diede una forma ogivale alla sezione. Composta da otto spicchi, fu rinforzata da otto costoloni a sesto acuto. Coronata da una lanterna introdotta nel 1436, presenta una rivestitura in cotto su cui spicca il disegno delle rivestiture marmoree.
Ma Brunelleschi ebbe anche il merito di contribuire al rinnovamento del linguaggio architettonico anche con altre illustri opere come: la loggia dell’Ospedale degli Innocenti –del 1419-. Qui, la successione delle arcate è organizzata in base al modulo del cubo, infatti, la corda dell’arco presenta uguale dimensioni all’altezza della colonna e alla profondità del portico. Le linee di cornici e paraste definiscono superfici dalla geometria regolare e proporzionata. Gli interassi delle finestre sono ritmati su quelli degli archi, e le porte si aprono al centro di porzioni di muri ben riquadrati. La teoria delle proporzioni, si basava sull’applicare un sistematico rapporto di misura tra i vari elementi presenti nella composizione, e soprattutto tra essi e il tutto. A ciò si perviene attraverso l’uso del modulo. Il modulo è la misura base utile a rapportare l’intera costruzione a tutte le sue parti. La Cappella Pazzi del 1430-1461 in Santa Croce, costruita su pianta rettangolare con le misure in rapporto aureo – cioè 1: 0,618. Qui un armonico e misurato senso delle proporzioni, il rigore con cui sono introdotti gli elementi decorativi e la scelta dei materiali (pietra serena, intonaco bianco), concorrono ad una geometria limpida che definisce lo spazio in modo esemplare.
Altra opera significativa è la Chiesa di santo Spirito, iniziata nel 1434. L’innovazione qui sta nell’avere realizzato nicchie laterali al posto delle cappelle. Inoltre emerge il caratteristico “dado brunelleschiano”, cioè il pulvino a forma di dado, con modanature classiche. Una soluzione sperimentata da Brunelleschi per innalzare gli archi a tutto sesto e accentuare la verticalità senza per questo alterare le proporzioni, classiche, delle colonne. L’edificio è pervaso da un senso di armonica unitarietà: le proporzioni sono basate su un modulo di 11 braccia, pari all’interasse delle colonne. Altre opere sono: – la chiesa di San Lorenzo, la Sagrestia Vecchia del 1420 e Palazzo Pitti del 1440, la cui parte centrale viene a lui attribuita.

Anche Leon Battista Alberti, è considerato come Brunelleschi, uno dei padri del Rinascimento. Figlio di un fiorentino, nasce a Genova nel 1406, ma si forma a Roma. A Firenze entra in contatto con le opere di Filippo Brunelleschi. Alberti è per eccellenza l’esempio di intellettuale rinascimentale…. letterato, teorico dell’arte e architetto, esalta in architettura il valore del progetto come processo ideativo e, contrariamente al Brunelleschi, non conferisce molta importanza al procedimento esecutivo e alla sperimentazione mirata a risolvere i problemi tecnici. Egli definirà con i suoi trattati le basi teoriche dell’architettura rinascimentale.
Il De re aedificatoria, del 1452, stabilisce che alla base della risoluzione dei problemi architettonici stanno gli studi matematici e filosofici e soprattutto che l’armonia è frutto della “concordanza tra le parti”. Di Alberti ricordiamo il Tempio Malatestiano di Rimini iniziato nel 1447. Vi troviamo riferimenti espliciti alle antichità romane nel rivestimento marmoreo, nell’arco della fronte principale che evoca l’arco trionfale, a soprattutto, un uso spregiudicato dei riferimenti afferenti a tipologie diverse come i profondi archi laterali che ricordano gli acquedotti romani. La facciata presenta inoltre, una struttura volumetrica articolata con tre grandi archi, che sorreggono una trabeazione classica. Altro elemento particolare è il timpano spezzato. Alberti realizzerà altre notevoli opere come: la facciata di Santa Maria Novella del 1450, nella qualeriprende il motivo a tarsie geometriche in marmo colorato, che seguono rapporti modulari basati sul quadrato e la chiesa di Sant’Andrea a Mantova, che presenta una facciata inscrivibile in un quadrato, scandita da quattro grandi lesene corinzie che la suddividono, sempre secondo la logica modulare del quadrato.

Architettura cinquecentesca

Nel Cinquecento si completa e si perfeziona quel percorso, iniziato nel 1400, che prese il nome di Rinascimento, e che coinvolse numerosi aspetti della vita culturale del tempo. Sotto il punto di vista architettonico si definiscono quei presupposti di recupero del repertorio classico, avviati nel secolo precedente, che vengono adesso arricchiti attraverso le rielaborazioni personali dei grandi protagonisti dell’epoca. Alcuni fattori storico-culturali confluiranno nel clima generale concorrendo alla definizione dell’architettura rinascimentale. Nel 1492, avviene la scoperta dell’America; le rivelazioni di Copernico conducono ad un processo di laicizzazione che si riversò nella capacità di interpretare la nuova visione laica dello sviluppo di edifici e città.
Il 1500 è il secolo delle città ideali, caratterizzate da un disegno dalla geometria regolare contrapposto al “disordine” delle città medievali. Ma, mentre nell’edificio, il principio geometrico bene si addiceva al suo funzionamento, in un organismo complesso come una città, l’adesione a rigidi canoni geometrici contrastava con le esigenze di vita reale della popolazione; pertanto tali città rimasero spesso disegni utopici, funzionanti solo a livello teorico, poiché il gioco di geometrie, semplici o articolate che fossero, certamente non serviva a risolvere le molteplici varianti un complesso sistema urbano. Tuttavia in certi casi si crearono da queste premesse, dei piccoli esempi, degli stralci di città ideale all’interno delle meravigliose città casuali, stratificate nella loro storia. In questi casi si raggiunsero dei piccoli capolavori, forse proprio perché circoscritti ad episodi urbani e non estesi a tappeto in tutto il contesto delle città, come ad esempio la michelangiolesca piazza del Campidoglio, a Roma. Il 1500 porta con sé una diffusa esigenza di rinnovamento religioso destinata a creare una vera e propria crisi all’interno della Chiesa, che si dividerà in seguito alla cosiddetta Riforma protestante di Lutero. Il Concilio di Trento del 1545, darà inizio ad un periodo che prenderà il nome di Controriforma, e che condurrà alla nascita di nuovi ordini religiosi: quello dei Gesuiti, dei padri Filippini e dei Cappuccini. Tali ordini si faranno promotori di una serie di attività costruttive.
Già nel 1400 ci si era orientati verso una ricerca di proporzionalità degli edifici, che interessò sia l’alzato che la pianta. L’interesse cominciò a convergere verso la pianta centrale, che potendo essere inscritta in un cerchio -forma geometrica pura per eccellenza-, venne nel tempo adottata come prevalente. Le chiese, pertanto, vengono sempre più progettate con pianta a croce greca abbandonando progressivamente la forma a croce latina. Un importante esempio di opera architettonica a pianta centrale è il tempietto di San Pietro in Montorio di Bramante, del 1502, dove la pianta centrale si pone in un rapporto di assoluta armonia con tutte le parti dell’edificio.
A Roma viene eletto nel 1513 Papa Giulio II che inaugurerà una stagione di grandi opere architettoniche. Uno degli eventi che maggiormente caratterizzò il periodo, fu senza dubbio il concorso per la fabbrica di San Pietro. Chiesa dal fortissimo valore simbolico, ambita meta da raggiungere per molti grandi architetti dell’epoca. Vi parteciparono oltre al Bramante anche artisti illustri come Raffaello e Michelangelo, Sangallo e Peruzzi. Agli inizi del Cinquecento, la basilica di San Pietro in Vaticano, che risaliva ai tempi di Costantino, si presentava con dimensioni ormai inadeguate all’importanza acquisita nel corso dei secoli….. Papa Giulio II, stabilisce l’abbattimento della precedente Basilica a favore di una sua riedificazione, più grande e imponente e ne affida il progetto a Donato Bramante, che concepì una pianta a croce greca, coronata da una grande cupola all’incrocio dei quattro bracci. Successivamente all’opera del Bramante, rimasta incompleta, si prospettarono nuove soluzioni.
Il progetto di Raffaello auspicava per la chiesa un ritorno alla pianta longitudinale. Successivamente Antonio da Sangallo il Giovane preparò un progetto che prospettava un organismo ibrido tra un edificio a pianta centrale ed uno a pianta longitudinale, aggiungendo al progetto originario di Bramante un corpo anteriore davanti all’ingresso, stretto ai due lati da due torri. Infine Michelangelo, pittore, scultore e architetto, dal 1546 ha l’incarico di completare la fabbrica di San Pietro e ritorna come punto di partenza al progetto bramantesco semplificandone però la planimetria, giocando sulla forma con due quadrati sovrapposti e ruotati e progettando la cupola. Per la cupola ha in mente qualcosa di grandioso, come la cupola del Brunelleschi per Santa Maria del Fiore. Le masse murarie dei pilastri centrali poderose per sostenere la grande cupola, – eseguita poi da G. Della Porta nel 1588. Il primo incarico ricevuto da architetto Michelangelo lo aveva avuto a Firenze, nel 1516. Papa Leone X infatti gli affidò il progetto per la facciata della chiesa di San Lorenzo. Egli concepì una facciata a due ordini, nella quale le sculture dovevano essere integrate nel contesto dell’opera architettonica. La proposta di Papa Leone venne poi ritirata e al posto del precedente incarico a Michelangelo venne proposto di occuparsi di redigere un progetto di una nuova sagrestia, per le tombe di Lorenzo e Giuliano De Medici. Con le tombe medicee Michelangelo abbandonerà definitivamente il suo ideale culto per l’antico e nel 1524 progettando la Sala e il Vestibolo della Biblioteca Laurenziana, nello scalone anticiperà le tendenze del gusto manierista.
Il 1500 è anche il secolo dei trattati, scritti per esemplificare i nuovi principi architettonici, e per dettarne con chiarezza metodologie di applicazione. Trattatista fu il Vignola, il Serlio ed Andrea Palladio. Palladio, architetto, operò prevalentemente a Vicenza e a Venezia. Applicava anche con una certa attenzione, nelle sue opere architettoniche i principi dell’architettura rinascimentale riuscendo però a raggiungere un linguaggio proprio, originalissimo. Se ne possono distinguere i termini nella Basilica di Vicenza ed in alcune chiese edificate a Venezia come il Redentore e San Giorgio Maggiore. Infine le ville palladiane, che si trovano nelle campagne venete, sono diventate tra gli edifici più amati dagli inglesi, che dal XVII secolo in poi hanno fatto riferimento ad esse per esportare lo stile “palladiano” in America, Australia, India e Sud-Africa, facendone la bandiera dell’architettura coloniale inglese. Alcune soluzioni sperimentate da Palladio, come l’ordine gigante che si estendeva fino a comprendere in altezza due piani di un edificio, successivamente divennero frequentissime. La Rotonda di Vicenza, della metà del 1500, riassume i sé alcuni dei caratteri tipici dell’architettura cinquecentesca. Si tratta di un organismo perfettamente simmetrico, con le facciate che si rifanno ai fronti dei templi e sormontato da una cupola. La rotonda si apre al paesaggio da tutti i lati instaurando un rapporto con il contesto naturale.

Architettura nel ’600

E’ il 1600 e il linguaggio barocco contraddistingue gli interventi architettonici prodotti nelle città italiane, siano essi edifici, piazze o elementi di arredo urbano. Interi ambiti spaziali urbani assumono caratteri scenografici o si alimentano dell’“effetto sorpresa”, tanto caro al barocco, che realizza un nuovo rapporto tra gli edifici e gli spazi urbani antistanti. In sostanza i contesti urbani, come le piazze, vengono ora visti come quinte teatrali e le stesse facciate degli edifici, sono elaborate in senso scenografico. Si realizzano prestigiosi palazzi nobiliari che presentano adesso un ampio e scenografico atrio d’ingresso da cui si accede, attraverso altrettanto scenografici scaloni, al piano nobile.  Tali palazzi sono spesso circondati da sontuosi giardini con statue e fontane. I fronti principali delle chiese, si movimentano e si arricchiscono di forti effetti chiaroscurali. Si abbandonano progressivamente nel disegno di progetto, le linee rette amate dagli architetti rinascimentali, per rivolgersi a quelle curve e sinuose e alle figure geometriche complesse, quali le ellissi, utilizzate attraverso complessi sistemi di intersezioni e sovrapposizioni. I contrasti, di luci e di ombre che caratterizzano le opere pittoriche sembrano estendersi concettualmente alle architetture: le colonne presenti nelle chiese, sia in facciata che all’interno, hanno il fusto liscio per esaltare le parti colpite dalla luce e rendere più scure quelle in ombra. Le colonne aggettanti, aderiscono ad un principio di coinvolgimento dello spazio antistante e si staccano sempre più dal prospetto creando suggestivi effetti di luce-ombra. Se il repertorio decorativo scultoreo, ritorna ad esser visto come una entità separata, assume un ruolo importante per determinare l’effetto scenografico d’insieme. Alcune facciate, per esaltare il senso di verticalità, assumono un assetto piramidale e si portano in alto attraverso imponenti scaloni di ingresso.
Si propone infatti nel 1600, un nuovo uso decorativo delle scale che si progettano sempre più dilatate, invadenti e decorative, per ad esempio, anticipare l’ingresso delle chiese. Cambia anche il modo di concepire gli interni, e le piante delle chiese assumono contorni sinuosi, che sembrano assecondare le articolazioni della facciata esterna secondo una alternanza di pieni e di vuoti, lontana dalle rigorose simmetrie compositive del periodo precedente. Tali sviluppi sembrano assecondare le tematiche socio-politiche e culturali del tempo…Il barocco, sia come linguaggio artistico che architettonico, infatti in questo periodo storico diviene strumento della controriforma cattolica, e fu utilizzato per convincere e per stupire con i suoi scenografici virtuosismi. Nel Seicento, centro propulsore del barocco è Roma. Qui si trovano i Papi e proprio per questo la città è meta di numerosi architetti giunti per operare al servizio della corte papale.
Successivamente altri architetti giungeranno a Roma, per formarsi sulle opere prodotte. Tali artisti contribuiranno a determinare il volto barocco di molte città. Il barocco, inoltre, per sua stessa natura si adattava bene all’operazione di recupero degli spazi e costruzione di nuovi edifici perché, invece di tendere a modificare gli spazi urbani in funzione dell’edificio – come invece avveniva nella concezione di tipo rinascimentale- poteva adattare l’edificio al contesto urbano senza attuare sconvolgimenti eccessivi degli ambiti preesistenti. In città già strutturate in epoca medievale, e quindi definite secondo schemi di tipo casuale ed irregolare, l’architettura barocca realizzò innesti di edifici sfruttando a suo favore la complessità morfologica urbana preesistente, al fine di ottenere effetti particolarmente suggestivi. In questo modo realizzò quello che del barocco è considerato uno degli elementi più caratteristici: l’effetto sorpresa.
Esso consisteva nel trovarsi di fronte ad un edificio o ad uno spazio barocco dopo aver percorso magari un intricato sistema di piccole stradine del tracciato medievale. Espressione dei drammatici contrasti religiosi del suo tempo, il Barocco espresse i valori di una società che aveva perduto le certezze. In architettura, la concezione rinascimentale dell’uomo centro dell’universo, venne infatti definitivamente superata. Questo ebbe come esito soprattutto la modificazione della pianta centrale in senso ellittico. Il fuoco della composizione planimetrica, che prima era stata costituita da un punto – che simbolicamente significava l’uomo -, si scisse in due punti, i fuochi appunto, e determinò l’ellisse. Analogamente si sviluppò anche il concetto di copertura sostituita da sistemi di volte o di cupole assecondanti la sezione ellittica attraverso un raccordo delle curve con pennacchi. Il S. Andrea del 1550, di Vignola, rappresenta già un primo esempio di costruzione a pianta ellittica in un edificio isolato, anticipando una tendenza che sarà successivamente sviluppata. Altra caratteristica del linguaggio architettonico barocco sarà la tendenza ad incurvare le facciate dei prospetti con sporgenze e rientranze. Si procede, alla definizione di facciate degli edifici progettate in funzione dello spazio urbano sul quale prospettano.
Pietro da Cortona, grande protagonista dell’architettura del tempo, incurva le facciate e gli elementi architettonici presenti nel prospetto della sua S. Maria della Pace al fine di stabilire un rapporto tra l’edificio e l’antistante spazio. Santa Maria della Pace è una chiesa di origine quattrocentesca, la cui facciata fu nel 1656 rielaborata in senso barocco. La parte frontale è convessa e un pronao semicircolare prende la larghezza di tutto il fronte corrispondendo con la curvatura inversa dell’esedra posta al termine. Il Da Cortona, afferma Argan, attuerà “lo smembramento della facciata, il suo disimpegno dalla parete e dalla sua tradizionale forma di limite, la sua intersezione nello spazio come organismo plastico articolato, la sua ragione non più soltanto architettonica ma urbanistica”.
L’architetto che maggiormente opererà per definire il volto barocco di Roma, sarà il grande Gian Lorenzo Bernini. Grande conoscitore delle tecniche, pittore e scultore oltre che architetto, Bernini cercherà sempre di ottenere risultati di massima espansione spaziale e di utilizzare le possibilità offerte dalla prospettiva. S. Andrea al Quirinale è del 1658. Presenta la pianta a forma ellittica, con l’asse maggiore nel senso della larghezza.
Il punto di partenza è l’architettura del Pantheon, ma lo utilizza in modo da giungere ad una rielaborazione originale dei riferimenti. Bernini realizza anche il colonnato di San Pietro, che rappresenta un simbolico abbraccio della Chiesa a tutta la comunità cristiana. La facciata del Maderno del 1612, aveva sottolineato una mancanza di raccordo tra corpo longitudinale e corpo centrale. Pertanto Bernini studia la soluzione ideando il sistema dei due campanili laterali che, avrebbero dovuto correggere equilibrandola, la sproporzione tra la facciata troppo larga rispetto all’altezza. La facciata infatti era stata appositamente ridotta per consentire la visione della cupola. Il colonnato berniniano allontana la visione globale della Chiesa e inquadra nella giusta dimensione la cupola michelangiolesca che era stata relegata a ruolo di sfondo dalla soluzione del Maderno. È il 1667. Il perimetro del colonnato si presenta leggermente ellittico raccordato alla facciata con due linee convergenti. Bernini progetta con il colonnato “l’anello che raccorda il monumento alla città” – afferma Argan, “un’immagine allegorica; ma anche la prima architettura aperta, pienamente integrata allo spazio atmosferico e luminoso: la prima architettura urbanistica”.
Altro grande protagonista del barocco fu Borromini e il suo stile, tormentato, rappresenta l’altra faccia del barocco, quella delle inquietudini e dei contrasti. Ebbe, nel suo tempo, meno fortuna del Bernini, ma il suo contributo non fu certo di minore portata. Sperimentò infatti un proprio metodo compositivo che, partendo da un complesso sistema di intrecci di figure geometriche e da intersezioni di superfici e di volumi, condusse ad opere architettoniche eccellenti come il San Carlino o Sant’Ivo alla Sapienza. Contrariamente al Bernini, con il quale fu sempre in costante polemica, egli tese alla massima contrazione spaziale e utilizza le potenzialità della prospettiva per ridurre, invece che per ampliare, la percezione dello spazio.
La prima architettura borrominiana è San Carlo alle Quattro Fontane, detto il San Carlino del 1634-37. Qui elimina gli angoli “perché il ritmo giri tutt’intorno, li trasforma in corpi convessi come se la superficie si incurvasse nella stretta di una morsa (…), nell’interno della chiesa pone un unico ordine di colonne. Sono volutamente sproporzionate allo spazio ristretto e lo stringono ancor di più; ma la loro forza plastica costringe le superfici a inflettersi, la stessa cupola ovale si direbbe schiacciata dalle curve tangenti degli archi”- Argan, Storia dell’arte italiana – Sansoni. La facciata della chiesa sarà invece da lui progettata nel 1664, e sarà la sua ultima opera. Si tratta di una forma antimonumentale e frammentata, alta e stretta. Contrariamente alle altre coeve architetture barocche essa non si raccorda, ma anzi pare emergere dalla parete della strada, rompendo la simmetria del quadrivio delle Quatto Fontane, essendo collocata all’estremità dello stesso.
Dai presupposti metodologici del Borromini prenderà le mosse il linguaggio di Guarini, che realizzerà uno dei capolavori indiscussi del barocco italiano:la cappella della Santa Sindone a Torino. Con Guarini, si definiscono le sperimentazioni di “compenetrazioni geometriche” precedentemente avviate dal Borromini. Le varie forme geometriche, anche poligonali o cilindriche, a sezione circolare o ellittica, vanno ad intersecarsi in vario modo fra loro determinando un senso di movimento delle pareti che prosegue, senza soluzione di continuità, nelle volte che si uniscono alle altre parti dando luogo ad organismi complessi.
Come accadde per Bernini anche le opere di Guarini diventarono un riferimento per l’evoluzione del linguaggio barocco Europeo. Dal Barocco italiano di Guarini trarrà ampi spunti il barocco boemo, tra la fine del 1600 e gli inizi del 1700, quando si realizzeranno i più bei edifici di ispirazione Guariniana. La Chiesa di S. Nicola a Malastrana a Praga, rappresenta uno degli esempi più riusciti.
In Sicilia si avrà un barocco un po’ particolare: vi fu infatti la tendenza ad innestare il nuovo linguaggio in schemi compositivi di stampo rinascimentale. Il linguaggio architettonico rinascimentale vi era infatti giunto in ritardo, da parte di alcuni architetti che lo avevano appreso grazie ad alcuni viaggi studio compiuti a Roma. Il barocco siciliano sotto il punto di vista decorativo è una festa di forme fatta di pietra o stucchi, di marmi intarsiati, o, nella zona di Catania di giochi cromatici di pietra bianca e lava. Mascheroni mostruosi, motivi inediti o il colore biondo della materia tufacea scavata contraddistinguono interi ambiti, conferendo al barocco siciliano un aspetto singolare.
Per certi versi è come se, l’enfasi decorativa assecondi in Sicilia un qualcosa di latente, rimasto nell’animo degli artisti locali, per lungo tempo inespresso: il gusto dell’esagerazione decorativa desunta dalle sovrapposizioni culturali di alcune dominazioni precedenti, sposata alla grazia e all’uso di alcuni materiali particolarmente “teneri” e modellabili. Il gesto poteva quindi essere assecondato con maggiore facilità, e la componente istintiva della composizione artistica veniva per questo favorita nella sua espressione più pura e immediata. Molti centri i come quelli della Val di Noto, come Scicli, Caltagirone, Catania e la stessa Noto, ne posseggono straordinari esempi. Altro capolavoro barocco è rappresentato dalla cattedrale di Siracusa, realizzata sulle rovine dell’originale tempio greco di Minerva, oppure dal San Giorgio di Ragusa. Ma anche Palermo, pur non essendo citata spesso come esemplare nel barocco, presenta alcune architetture barocche bellissime. È il caso ad es. del S. Salvatore dell’Amato del 1688 a pianta e cupola eclittica o della splendida facciata di Santa Teresa alla Kalsa del 1686.
In Europa il barocco adottato da Luigi XIV assunse prevalentemente un carattere di ostentata sfarzosità per assecondare il modo di vivere delle corti europee settecentesche. Più che nell’architettura la bellezza del linguaggio barocco francese si esprime nell’arte dei giardini. Le Notre è il paesaggista che inventò i giardini alla francese, il cui prototipo è il parco di Versailles.
L’esperienza barocca concluderà nel Settecento il suo ciclo evolutivo e cederà il passo al gusto, di derivazione francese, del Rococò, che prenderà spunto dal Barocco per portare avanti concetti di tipo più formale che di contenuto, e che si specializzerà anche nelle arti cosiddette minori, rivalutandole. Nei paesi tedeschi e in Austria il barocco giunse tardi, ma fu adottato da architetti anche molto capaci; tra di essi si distinse Fischer von Erlach, che a Vienna realizzerà la Karlskirche. Lukas von Hildebrandt, all’interno del belvedere di Vienna, affida alla scultura le funzioni di sostegno, e mette delle statue nell’atto di sostenere il peso delle strutture. Il barocco di queste zone si caratterizzerà per l’esuberanza decorativa degli interni e per l’uso della luce, priva di contrasti e più diffusa, che già si addiceva allo stile rococò, che in questi paesi attecchirà benissimo e che sarà propagato proprio dagli stessi architetti che prima avevano aderito al gusto barocco.
Infine appare opportuno accennare che il barocco sviluppò anche in Portogallo o in Spagna, ebbe eccellenti varianti. Tali paesi infatti trovarono in questo stile un modo di edificare maggiormente confacente al proprio modo di esprimersi. In Spagna il barocco si chiamerà churrigueresco, dal nome della famiglia di architetti Churriguera, che letteralmente riempirono le opere architettoniche spagnole di una esuberante decorazione.
Le forme barocche, in America Latina, si diffusero grazie alla presenza capillare degli ordini religiosi. Essendo stati però prevalentemente gli spagnoli ed i portoghesi a portare il gusto barocco presso le colonie situate in America Latina, in quelle terre, questo linguaggio si qualificò come lo stile dei conquistatori. Si realizzarono edifici caratterizzati da una esasperato decorativismo assimilabili all’opera di cesello praticabile da un orafo. Pertanto tale stile assunse il nome di plateresco dal termine plata cioè argento.

L’Architettura nel ’700

Con Luigi XIV, l’architettura francese si era orientata alla esaltazione dello Stato attraverso forme auliche e maestose la cui ispirazione partiva dalle forme più esasperate del barocco romano. Dopo la morte di Luigi XIV, il potere passa al pronipote Luigi XV sotto la reggenza di Filippo d’Orleans. Successivamente al periodo della reggenza, nel 1723 Luigi XV assume il potere e si verifica lo spostamento della corte dalla Reggia di  Versailles a Parigi.
In questo contesto nasce il Rococò, che avrà particolare fortuna in Francia, Austria e Germania. Il termine deriva da “rocaille”, in riferimento ad un tipo di decorazione a forma di conchiglia. Il rococò infatti si orienta anche ad un recupero dell’esotico e del pittoresco oltre che ad un gusto elegante bizzarro e insieme fantastico. Le linee da ondulate diventano estremamente mosse, quasi accartocciate. Pur derivando da una esasperazione delle forme barocche, le forme del Rococò, in realtà si allontanano dalla concezione architettonica monumentale barocca. Il Barocco, svuotato dei suoi veri contenuti, cede il passo ad un gusto più frivolo, raffinato e disinvolto sia in arte che in architettura.
Si nota un abbandono progressivo dei temi grandiosi che avevano caratterizzato lo spirito barocco e, alle proporzioni maestose si sostituiscono quelle minute. I contrasti forti e le masse movimentate ed aggettanti che esaltavano luci e di ombre, si stemperano ora in una atmosfera dalle morbide gradazioni chiaroscurali. Diventa lo stile preferito per i palazzi dell’aristocrazia e della borghesia che trova spazio nella decorazione degli interni, massimamente caratterizzati da un uso anticonvenzionale degli ordini e da un ricchissimo gioco di curve e di complessità spaziale. Il Rococò non è più un’arte ufficiale del potere, tuttavia si può dire che rappresenterà l’ultimo stile europeo, comunemente condiviso, seppure con diversi orientamenti. In Germania sarà eletto a stile preferito. Nell’architettura religiosa raggiungerà una fusione di arti orientate alla visione complessiva: allora stucchi, movimenti degli apparati architettonici e pittura concorreranno parimenti ad un risultato finale. La critica tardo-settecentesca fu poco propensa a giudicare il rococò in modo positivo, anzi, vide in questo stile una ulteriore degenerazione delle forme derivanti dal barocco.
Oggi si è concordi nel ritenere che il Rococò segnò una tappa fondamentale per l’evoluzione delle arti a seguire.  La metà del 1700 porterà ad una ricerca di soluzioni più sobrie e razionali. Si comincia a pensare di risolvere anche problematiche funzionali, atte a dotare le città di servizi essenziali. Con la fine del 1700 e l’inizio del 1800 in Italia e Francia, si ritornerà a forme più sobrie e alla formazione del gusto neoclassico, come reazione contro le forme del recente passato.
L’esaltazione dei valori della ragione condurrà gli artisti verso un atteggiamento di rivalutazione della purezza dei canoni classici, resi ulteriormente vivi dalla scoperta di Ercolano nel 1748 e di Pompei nel 1768. È la conseguenza dell’illuminismo che avvicina l’arte al metodo di analisi razionale; ma la revisione in chiave critica del passato, non permetterà di pervenire solamente alla adesione ai canoni classici ma porterà altresì alla formulazione di concetti estetici di esaltazione dell’immaginazione e recupero del sentimento. Si rivaluteranno in arte il naturalismo e il sentimentalismo.
Nel corso dl secolo si attueranno quelle profonde trasformazioni che condurranno all’era moderna, grazie alla spinta data dall’illuminismo che porterà ad una capacità di rianalizzare i vari aspetti della vita e liberare l’uomo da secolari pregiudizi, in arte come nella vita. Da una parte si perverrà al neoclassicismo e all’adesione ai canoni razionali della classicità e dall’altra a concezioni estetiche che unite ad uno sfrenato amore per l’archeologia, porteranno ad una esaltazione dell’immaginazione. Iin Inghilterra e Germania si perverrà al Romanticismo. Si vedrà nelle espressioni artistiche gotiche un rinnovato senso etico, lontano dalle tematiche precedenti. In architettura, in questo periodo, si porranno le premesse per il successivo stile neogotico. Le poetiche del pittoresco avranno echi nella progettazione dei giardini.
In Germania sarà lo “sturm und drang” ad alimentare queste nuove idee. Anche se tali tendenze condurranno ad espressioni differenti, in fondo rappresenteranno due facce di una stessa medaglia, poiché sono figlie di una nostalgica visione del passato e di una reazione al barocco. “Non ha senso- afferma Argan- dividere nettamente i due campi, il Rococò e il Neoclassicismo. Il razionalismo neoclassico nasce nell’ambito del rococò e lo corrode dall’interno, criticamente”. Il 1789, data delle Rivoluzione Francese, costituirà il punto di avvio di numerose riforme, che si imporranno come fondamentali in tutti i riflessi di tipo socio-culturale. Il riferimento alle forme classiche assumerà valore etico. Alcune personalità artistiche emergeranno con forza dal panorama complessivo. Agli inizi del secolo, Torino assume l’aspetto di capitale e richiama varie personalità artistiche. Nel 1714, Vittorio Amedeo II chiama F. Juvarra, che era già noto per la capacità di attingere a vari repertori pur di raggiungere un effetto voluto. Filippo Juvarra nasce a Messina nel 1678, e diviene in breve tempo, un esponente di primo piano della cultura architettonica europea. Se da una parte utilizza il repertorio più scenografico del barocco dall’altro perviene a soluzioni che anticipano lo stile neoclassico. A Torino realizza la Basilica di Superga (1716) che viene ideata come un tempio votivo per la vittoria sui francesi e come mausoleo dei Savoia. L’opera è caratterizzata da una voluta esagerazione delle proporzioni del pronao e del tamburo: uno è profondissimo e l’altro altissimo. “L’edificio- afferma Argan- è come un congegno ottico, a ogni piccolo spostamento del riguardante corrisponde un grande mutamento di prospettiva. L’edificio sembra muoversi come una macchina scenica”. La pianta è ottagonale anche se all’interno diventa circolare. Il pronao di stile classico presenta un colonnato corinzio. La cupola è a doppia calotta. La chiesa presenta inoltre due corpi laterali sormontati da due campanili. La Basilica si erge su una collina sopra Torino, e la sua posizione è in rapporto con l’ambiente circostante, per cui è il paesaggio la quinta ideale per la struttura. Juvarra opera soprattutto in Piemonte, dove realizza anche altri edifici di tipo civile e religioso, pubblici e privati: lo scalone e la facciata di Palazzo Madama a Torino ad esempio, ma anche il padiglione di caccia di Stupinigi, del 1729. Quest’ultimo presenta un corpo centrale dal quale si dipartono quattro ali a forma di croce di Sant’Andrea. Il complesso è pervaso da un gusto scenografico di grande effetto. Mira ad ottenere un effetto di movimento attraverso la proiezione delle ombre. Juvarra “Vuol far rivivere- come afferma Argan- l’edificio nello spazio naturale, legarlo non solo al sito, ma al mutamento della luce nelle diverse ore del giorno”.
Altro protagonista dell’architettura settecentesca fu Ferdinando Fuga, nato nel 1699 a Firenze. Le sue opere furono caratterizzate da una tendenza alle soluzioni compositive, razionali e funzionali, che riuscivano a dominare gli aspetti scenografici e decorativi di derivazione barocca. Ebbe la capacità di modulare le sue strutture in armonia con la spazialità naturale. A Napoli, per Carlo III, realizzò delle opere di pubblica utilità come l’Albergo dei Poveri, del 1751. Il lunghissimo prospetto, di ben 354 metri, è scandito dal ritmo regolare di ampie finestre. I Granili, del 1779 destinati a contenere i pubblici granai, denotano uno spirito di praticità che costituirà uno dei fondamenti della futura architettura neoclassica, di cui fu precursore. A Roma realizzò la facciata di S. Maria Maggiore.
Altro protagonista fu Vanvitelli. Nato a Napoli nel 1700, era figlio di Van Wittel, pittore di origine olandese. Segue il gusto classicheggiante dell’epoca e diviene anch’egli un anticipatore dello stile neoclassico, per la particolare sobrietà di cui le sue opere sono pervase. Pur presentando infatti le sue architetture un carattere ancora legato alle precedenti tendenze, si noterà in Vanvitelli una volontà di superamento date da un razionalismo di stampo illuministico. Carlo III diede a lui l’incarico di studiare i piani per la Reggia di Caserta. Ancora influenzato dal gusto scenografico barocco, il suo razionalismo riscatterà l’aspetto complessivo della Reggia che sarà giudicata come vicina al gusto neoclassico. La reggia, concepita su modello di Versailles, venne progettata sia come residenza reale che come sede degli uffici governativi. Presenta un prospetto lungo e sobrio, caratterizzato da un unico ordine di lesene alternate a due teorie di finestre. Vanvitelli affronta qui, in modo razionale i problemi pratici del funzionamento del complesso e perviene al progetto di un edificio a pianta rettangolare con quattro cortili interni. Al centro il gran portico consente l’accesso a otto gallerie radiali. Il Parco che completa la reggia è un esempio di architettura del paesaggio di stampo illuminista. Il gusto razionale e classico di Vanvitelli, anche nella visione civile dell’architettura religiosa emerge nella chiesa dell’Annunziata a Napoli del 1760, terminata dal figlio. Questa non è più concepita per turbare e impressionare i fedeli come le chiese barocche, ma è pensata come un ambiente congeniale allo svolgersi delle funzioni religiose

Architettura neoclassica

La cultura neoclassica nasce dopo la I metà del 1700 e si sviluppa nei primi decenni del 1800 in corrispondenza di un vero e proprio movimento culturale, collegato alle istanze portate avanti dal pensiero illuminista. L’Illuminismo, aveva nel 1700, visto nella ragione un elemento di riscatto degli uomini e aveva determinato una profonda modificazione nel modo di concepire la produzione artistica, nel suo complesso. Winckelmann archeologo tedesco, e Mengs a porre le basi del pensiero razionalista neoclassico.
Per Winckelmann, il riferimento all’arte greca diventerà una sorta di elemento di paragone o parametro di giudizio sul bello ideale. Le scoperte archeologiche di Pompei ed Ercolano, effettuate nel 1748 e nel 1768, avevano determinato nei confronti delle antiche rovine un atteggiamento volto ad indagare proprio il concetto di bellezza assoluto. Tuttavia, il riferimento all’arte classica, non si limiterà solamente a quella greca, infatti, se per Winckelmann il parametro di bellezza sarà nell’arte greca, -ricordiamo a tal proposito la frase “nobile sempicità, serena grandezza”-, per Mengs sarà riposto nell’arte classica di Raffaello.
Il Neoclassicismo nacque quindi, proponendo un recupero dei modelli fatti di compostezza e armonia delle antichità classiche in contrapposizione alle forme barocche di cui si rifiutarono gli eccessi e i contenuti e ci si ispirerà ai modelli antichi cui verranno attribuiti caratteri etico-ideologici. Se alla Roma repubblicana ci si riferi nel periodo della rivoluzione francese, il periodo dell’impero di Roma sarà il riferimento per l’epoca napoleonica. In questo periodo fioriscono numerosi trattati, per definire la composizione, le proporzioni fra le parti e le categorie secondo cui classificare i vari tipi di espressione artistica. Dal punto di vista socio-politico si i cominciano anche a fare strada le istanze proposte dalla borghesia, che, nel suo cammino richiederà un processo di democratizzazione orientato verso forme di governo costituzionale, atte a garantire lo stato di diritto e la libertà dei cittadini.
Si amplia la committenza, che, a sua volta, modifica la figura stessa dell’architetto che adesso si vede portatore di un ruolo utile alla comunità. Nello stesso momento in cui il Neoclassicismo segna la sua maggiore affermazione, sono però già vivi nuovi fermenti che gli si contrappongono. Nell’Ottocento si affermano infatti anche delle volontà di superamento delle istanze del razionalismo illuministico e si registra una apertura verso architetture tradizionali. Questa tendenza di ricerca di individualità nazionale avvierà un processo di rivalutazione del singolo e dei sentimenti. Già con la “poetica del sublime” sviluppatasi in Inghilterra, e dell’affine “Sturm und Drang “ in Germania, si erano delineati alcuni suoi presupposti. La poetica del sublime e lo Sturm und Drang pur essendo generalmente classificate come pre-romantiche, si basano su uno dei fondamenti del Neoclassicismo, e cioè sui modelli delle forme classiche, nei riguardi dei quali, tali poetiche, assumono un atteggiamento nostalgico, sostanzialmente “romantico”. Tanto da potere affermare che lo stesso Neoclassicismo altro non è, che un aspetto della concezione romantica dell’arte in senso ampio.
Il romanticismo si differenzierà a seconda delle aree, anche perché le inerenti tematiche si rivolgeranno al recupero della storia delle singole nazioni e delle singole culture. Avremo quello inglese, quello italiano, quello francese e quello tedesco. Quest’ultimo in particolare, si opporrà alle regole dell’illuminismo valorizzando la spontaneità espressiva data dalle passioni e dal sentimento. Verranno pertanto rivalutate quelle espressioni architettoniche dei popoli germanici del Medioevo, che non viene più considerato un periodo di decadenza, ma anzi un periodo ritenuto libero dai legami con gli schemi classici e caratterizzato da creazioni originali. L’ottocento è anche il secolo delle grandi scoperte scientifiche, oltre che delle trasformazioni sociali e politiche. L’industrializzazione, cominciata prima in Inghilterra, in Europa si svilupperà nel corso del secolo.
Lo sviluppo della tecnologia industriale, provocherà una crisi dell’artigianato che inciderà anch’essa nel modo di vedere l’oggetto artistico e si imporranno con urgenza le ricerche di soluzioni alle problematiche circa l’espansione delle città. Attorno ai nuclei urbani originari, si costruiscono ora dei quartieri operai, e si cominciano a prefigurare le città moderne; le nuove esigenze agevolano il processo di costruzione di molti edifici pubblici come ospedali, mercati, stazioni e palazzi per le esposizioni. Questi ultimi saranno visti come i simboli del progresso per forma e contenuti, pertanto per essi si useranno materiali inediti come il ferro e la ghisa. “L’arte neoclassica – afferma Argan- vuol essere arte moderna, impegnata a fondo nella problematica del proprio tempo”. L’arte neoclassica con il suo riferirsi all’antichità classica, ma anche a quella etrusca o egiziana, non fu sempre omogenea. Si perverrà in molti casi all’eclettismo, con una tendenza a mescolare vari spunti provenienti da culture diverse. Quindi l’iniziale unitarietà di programma a volte cedette verso una frammentazione, che si pose poi alla base di quel gusto eclettico che si svilupperà da lì a poco.  Ma vediamo quali furono i riflessi in architettura. L’ideale neoclassico del rigore nella tecnica attribuirà alla “ideazione” una notevole importanza: pur avendo affinità con l’immaginazione, l’ideazione si assimila di più all’azione del progettare, che utilizza i procedimenti della ragione. In genere le chiese sono a pianta centrale, hanno un portico d’ingresso arricchito da colonne e completato dal timpano. Le colonne, doriche, ioniche o corinzie, e sono appoggiate su di un alto zoccolo. I palazzi privati invece, presentano facciate molto allungate e racchiudono un cortile interno. Dotati di uno scalone monumentale che conduce al piano nobile, sono caratterizzati da numerose stanze allineate.
 Anche in Italia si assiste alla nascita dello stile neoclassico ed il riferimento sovente è al periodo dell’Impero; L’Italia proponendo una rispondenza della forma alla funzione ed una spiccata sobrietà della decorazione svilupperà modelli che si diffonderanno in tutta Europa. In Italia, gli architetti di maggiore rilievo del periodo neoclassico sono il precursore Luigi Vanvitelli e Giuseppe Piermarini. Vanvitelli agisce nella II metà del 1700, e Piermarini, allievo di Vanvitelli, realizzò opere nelle quali la luce si poneva sulle forme priva dei violenti contrasti d’ombra del barocco.Piermarini, noto come originale interprete del linguaggio neoclassico, utilizzò gli elementi architettonici come le colonne, i pilastri, le cornici, per scandire ritmicamente le facciate più che per costruirne un fisico rilievo. L’equilibrio è la componente essenziale della sua architettura, che tuttavia non assumerà mai la totale freddezza tipica di una architettura neoclassica di sterile imitazione. Vicino alle problematiche di carattere tecnico-funzionali, Piermarini volle anche operare per rendere la città di Milano “alla moda”. A Milano realizza varie sistemazioni urbanistiche e la Villa Reale di Monza, impostata su di uno schema aperto che si articola in un parco circostante. Autore del Teatro alla Scala di Milano, del 1778, realizza una facciata ornata con colonne appoggiate su di una base a bugnato. Il gusto del teatro è adesso nettamente neoclassico. Vi inserisce un portico carrozzabile che costituisce un elemento di forte caratterizzazione. L’acustica interna ha quel giusto rapporto realizzato fra masse e spazi vuoti.
Valadier, uno dei massimi esponenti dell’architettura neoclassica, realizza la facciata della chiesa di San Rocco. Qui armonizza il partito centrale che si slancia in altezza con le due coppie di colonne scanalate, con le due ali ribassate laterali, che si svolgono il larghezza, attraverso un sapiente gioco di incastri. Architetto romano, Valadier, non è animato né da programmi di carattere ideologico-sociale, né è condizionato dall’essere a servizio di una particolare tipologia di committenza. Valadier è stato definito da Argan: “stilista puro e perfetto, ma senza l’ambizione di fare opere immortali”. Ed è forse proprio questo il so segreto, l’innato senso di misura che gli conferisce la palma di artista neoclassico puro. Dotato di spirito pratico, Valadier è maggiormente noto per la sistemazione di Piazza del Popolo a Roma. Non vuole ottenere effetti grandiosi ma semplicemente collegare, attraverso eleganti rampe e limpidi prospetti, l’elemento architettonico a quello paesistico. A Milano opera Pollak, viennese, cui si deve la Villa Reale situata all’interno di un giardino all’inglese. Infine come non ricordare il veneziano Japelli, cui si deve il noto caffè Pedrocchi, al centro di Padova in stile neoclassico. G. Jappelli articola la pianta del suo caffè Pedrocchi per andare incontro alla sua stessa funzione. Quella di luogo di incontro. Attinge al repertorio della decorazione pompeiana. In lui si riscontra quel gusto eclettico che porterà all’utilizzo di stili diversi in modo disinvolto. Sarà proprio Jappelli a portare in Italia la moda del giardino all’inglese.

ART NOUVEAU

Il fenomeno Art Nouveau, che nacque intorno alla fine del 1800 e che caratterizzò il clima artistico e culturale di gran parte di Europa e degli Stati Uniti fino ai primi del 1900, è preceduto da alcuni fermenti culturali, come quello relativo al dibattito sviluppatosi intorno al tema del rapporto tra arte ed industria. In tale contesto si inserirà la figura di W.Morris, che sosterrà l’inconciliabilità tra produzione industriale e artistica, proponendo un rilancio della produzione artigianale. Egli sosteneva che l’industria non aveva fatto altro che contrapporre alle sagome di tipo rinascimentale, non dei prodotti moderni, ma bensì elementi prodotti in serie e di cattivo gusto, privi di quel carattere originale che invece poteva esservi conferito dalla produzione artigianale.  Nel 1861 fondò L’Arts end Crafts, alla cui base era il persiero di Ruskin che auspicava un ritorno ai vecchi metodi di produzione artigianale. Si trattava di un movimento nato per la riforma delle arti applicate, contro lo scadimento del gusto. I concetti proposti ebbero notevoli riflessi nella cultura del tempo, tanto che ben presto si diffusero in Europa ed in America contribuendo a determinare l’evoluzione del gusto dell’architettura in senso moderno.
La prima vera rivoluzione in architettura si attua con il fenomeno Art Nouveau, che si caratterizza sin dall’inizio come una reazione all’accademismo dell’Ottocento e con un rifiuto degli stili storici. Si fa avanti in architettura il concetto di unità progettuale, come coerenza stilistica tra l’interno e l’esterno. L’Art Nouveau, che vede inizialmente come protagonisti Horta e Van de Velde in Belgio, si diffonde con diverse varianti linguistiche in tutta Europa pur presentando una comune matrice, caratterizzata da un esuberante decorativismo fatto di linee sinuose, eleganza e cura dei particolari. Le correnti riferibili all’Art Nouveau, riguardano tutte le manifestazioni dell’arte e dell’artigianato e comprendono pittura e scultura, architettura e arredamento di interni. Investono settori come la moda, i manifesti le copertine dei libri ecc… mirano a migliorare la qualità tecnica ed estetica dei prodotti ed a stabilire uno stretto rapporto tra industria e artista. I prodotti devono possedere una eleganza delle forme unitamente alla funzionalità per venire incontro alle nuove esigenze dello stile di vita dell’uomo moderno. Il particolare viene curato in relazione con l’insieme architettonico, dalle maniglie alle vetrate, dai mobili ai lampadari, che sono ora realizzati da abili artigiani sotto la direzione degli architetti. Viene così ampiamente rivalutato il lavoro artigianale che era stato ridimensionato e mortificato a causa della produzione industriale in serie. Sono utilizzati materiali dalle possibilità espressive del tutto inedite come la ghisa ed il vetro.
Il movimento Art-Nouveau, scaturì anche dalla presenza di alcune personalità innovatrici, (oltre che da contingenze di tipo storico, tecnologico e sociale) e si inserisce in un’epoca ricca di mutamenti, da cui trae spunto per pervenire alla alaborazione di personalissimi linguaggi e nuove concezioni dell’abitare. Trasformazioni economiche, sociali e di pensiero, insieme alla citata alla possibilità di utilizzo dei materiali prodotti dall’industria, come il ferro e il cemento armato (nel 1847 si attestano già le prime produzione di travi profilate, mentre il cemento armato fu scoperto nel 1849), si posero alla base di un nuovo evolversi dell’agire in architettura. L’Art nouveau si chiamerà i Liberty in Italia, Modernismo in Spagna, Modern Style in Inghilterra, Jugendstil in Germania e avrà in alcune singole personalità dei referenti precisi. A Londra, vedremo emergere la figura di Mackintosh, a Parigi di Hector Guimard, a Bruxelles si distingueranno gli architetti Horta e Van De Velde, e in Catalogna Gaudí , genio isolato, che produsse opere dal carattere definibile proto-espressionista.  Van de Velde vide nella linea uno strumento di espressione anche psicologico. Giocò con esse, determinando i caratteri stessi degli ambienti da lui proposti. Nel 1895 curò personalmente la sistemazione dello storico negozio di Parigi dal nome: “L’Art Nouveau” dal quale il movimento prese il nome nel 1914. Egli partecipò all’expo di Colonia con il Werkbund Theater. Il Teatro del Werkbund, andato distrutto, presentava linee sinuose che, nel concetto dell’autore, dovevano essere linee forza aderenti alla iidentità di chi le aveva disegnate. Van de Velde, infatti affermava che “la linea trasmette la forza e l’energia di ciò che l’ha tracciata“. Impegnato nella ricerca del ruolo dell’arte nella società, si pose tra la poetica dell’Art Nouveau e le architetture espressioniste e rappresentò una figura chiave per gli sviluppi successivi di questo fortunatissimo movimento artistico.
Gaudì si espresse attraverso un autonomo linguaggio sviluppando concetti a dir poco unici. Difficile stabilire un confine tra la sua vita personale e l’impeto artistico, tra l’impegno tecnico nel lavoro e il suo carattere altamente spirituale. Audaci invenzioni caratterizzano le opere di questo straordinario architetto che realizzò architetture che a buon diritto si possono classificare tra le più belle opere del secolo. Egli riteneva un limite dell’architettura moderna, il dover mantenere l’ideazione dell’oggetto architettonico all’interno della sfera dell’utile. Promosse un’arte completamente irrazionale, alla quale potesse seguire una tecnica geniale. Il suo maggiore impegno fu la Sagrada Famiglia, ancora in costruzione, dove egli espresse tutta la sua poetica architettonica mista ad una personalissima tensione religiosa. Mirò ad un’arte “sacra” nel senso più puro del termine. Per lui, la forma non doveva rivestire l’edificio ma lo doveva addirittura “conformare”. Analogamente il colore doveva far parte della forma immedesimandosi con essa. Il colore sarà un elemento distintivo delle opere di Gaudì, che presentano contrasti cromatici accesi, forme coloratissime, sublimi. L’architettura di Gaudì si pone alla base dell’espressionismo. Basti vedere le forme espresse con infinita libertà compositiva all’interno del Parco Guell, dove la pietra sembra assumere l’essenza delle forme naturali. L’impulso alla creazione viene considerata un dono di Dio, pertanto Gaudì dedica la sua vita alla progettazione di queste opere, che lasceranno un segno indelebile nelle generazioni future, indipendentemente volere dal seguire o no, il suo per altro inimitabile, stile.
Episodi decisivi per lo sviluppo di una architettura moderna saranno anche determinati dall’opera di Perret in Francia e da quella di Loos in Austria.
Nel 1903 si conclude la costruzione della casa in Rue Franklin a Parigi di Gustave ed Auguste Perret. Essa, di civile abitazione, costituisce il primo esempio di abitazione in cui viene esibita l’ossatura in cemento armato. Questa casa che oggi è una sorta di monumento dell’architettura contemporanea rappresenta il desiderio di esibire la struttura che per la prima volta diventa parte dell’estetica dell’edificio. Mostra lo scheletro cementizio distinguendolo dagli infissi e dai pannelli rivestiti di gres a disegni floreali. Secondo Perret, la caratteristica principale dell’architettura è infatti proprio quella di rendere manifesta la sua struttura. L’edificio rappresenta una svolta in senso moderno perché il cemento armato viene utilizzato non solo dal punto di vista costruttivo ma anche dal punto di vista architettonico. Perret per realizzare questo edificio, in una strada fortemente vincolata dal regolamento edilizio parigino, non ebbe un compito facile…infatti gli viene assegnata una porzione di spazio molto stretta all’interno di due muri ciechi. L’edificio doveva essere alto otto piani ed il principale problema era la mancanza di spazio per creare una corte interna; pertanto l’unica illuminazione poteva essere presa direttamente nella strada. In facciata si evidenzia una divisione tra elementi verticali ed orizzontali che si riconnette ad un principio logico e razionale. Perret, per ovviare a questo problema e cercare di illuminare la maggior superficie dell’edificio, crea una specie di rientranza centrale, o all’opposto due aggetti dei corpi laterali, in modo da formare cinque superfici, corrispondenti ad altrettante fonti di luce, le quali si offrono internamente ai vani componenti l’appartamento. Ovviamente la presenza del cemento armato, e quindi dei pilastri di sostegno portanti l’edificio, conferisce all’interno una ampia possibilità di movimento. Pur non essendo stato Perret il primo in assoluto ad utilizzare il cemento armato in un immobile residenziale, è sicuramente la prima volta in cui il calcestruzzo armato viene considerato con una valenza estetica avente una propria autonomia.
Loos, il “grande vaticinatore della razionalità” come lo definì B. Zevi, è noto anche per l’aver scritto “Ornamento e delitto” dove lancia invettive contro gli architetti che, come Olbrich, eseguivano progetti ricchi di inutili decorazioni. Egli promuoveva un linguaggio semplice e lineare e tendeva quasi ad identificare nella tecnica e nei materiali, l’origine stessa delle forme dell’architettura. Operò a Vienna, assumendo una posizione antitetica alla corrente della secessione. Per lui prima di tutto l’architettura era chiamata a tenere conto dei problemi di carattere sociale. Bisognava guardare alla tecnica anche in termini di economia. Dichiarava che la società a suo avviso, non aveva necessità di architettura, ma di abitazioni. e solamente la tecnica con le sue innovazioni poteva comprendere il cambiamento nella forma costruttiva. Originalità, decorazione, invenzione creativa, erano tutti termini da condannare, in nome di un impiego razionale dello spazio. Casa Steiner a Vienna, del 1910, è un edificio estremamente semplice, eppure esprime già un linguaggio estremamente moderno nella sua essenzialità.
A Vienna opereranno Olbrich e Otto Wagner. In Italia spiccherà la personalità di E. Basile, architetto di  Palermo che aderì al movimento realizzando opere come Villa Igea, villino Basile, e lo scomparso villino Deliella, per citare solo parte della sua produzione. La volumetria delle architetture, espressa inseme ad un ricercatissimo gusto per la decorazione floreale, fanno di Basile uno dei più originali interpreti del liberty italiano.

Deutscher Werkbund e Bauhaus

La fondazione del Deutscher Werkbund in Germania, che accetta il concetto di standardizzazione edilizia come elemento di possibile espressione artistica, sarà determinante per la formazione di una nuova concezione della architettura in senso moderno. Dal 1900, la Germania assume un ruolo di primo piano nella cultura architettonica europea. Attira infatti nomi importanti da varie parti d’Europa, come Van de Velde, Olbrich e Wright. In quegli anni vengono formate imprese fondate sulla stretta collaborazione tra capitale finanziario, industria ed intervento dello stato e si sviluppano l’industria metalmeccanica, chimica ed elettrica, viste come vie di rilancio per l’economia tedesca. Sulla scia della acquisita consapevolezza che la forma degli oggetti non è destinata solo ad una fruibilità estetica, ma anche alla funzionalità ed è posta in stretto rapporto con la realizzazione industriale e alla stessa sua ripetitività seriale, si cominciano a creare iniziative che sfoceranno, nel 1907 nel Deutsch Werkbund. Tale associazione è stata definita la più importante organizzazione culturale tedesca degli anni precedenti alla guerra. Si proponeva, tra i suoi obbiettivi, di saldare la cesura tra industria ed arti applicate e stabiliva una sorta di collaborazione tra dodici artisti e dodici industrie. Tra esse l’AEG, formata nel 1883 da imprenditori e persone attente al mondo dell’arte. Determinante la figura di P. Behrens, che proviene da una formazione all’interno della Secessione viennese. Nel 1900 assume l’incarico di architetto della compagnia di elettricità di Berlino AEG. Nella fabbrica di turbine che progetta per l’AEG nel 1908, in cui alterna vetro e metallo, troviamo il prototipo dell’architettura industriale moderna. All’interno del Werkbund si riscontravano due opinioni: una che tendeva alla tipizzazione delle forme, l’uso di tipi standardizzati e riproducibili; un’altra, che sosteneva che l’originalità del manufatto artistico e la libertà di progettazione.
La Fabbrica di Turbine AEG, nel 1909 a Berlino, ha una destinazione pratica e funzionale, è ideata dal suo progettista come una sorta di “monumento”. C’è come un desiderio di creare un’icona per l’industria. Si vuole ritornare alla matrice della monumentalità tedesca, tipica del pensiero di Schinkel, che affermava che la rappresentazione dell’ideale della funzionalità determina il valore artistico dell’opera. Vi è una specie di glorificazione di una grandissima macchina elettrica racchiusa in un vasto volume. Si tratta di un capannone di 207×39 metri, affiancato da un corpo di fabbrica a due ordini con copertura piana; alle vetrate è dato un grande spazio, non solo nel prospetto principale ma anche in quello laterale; è retto da una struttura metallica con telaio a tralicci a tre cerniere. C’è una serie di dettagli che ricordano un tempio greco: i pilastri verticali presentano una rastrematura verso il basso, e la ripetizione stessa di tali elementi richiama i colonnati, mentre alla presenza del vetro tra i pilastri si può associare la rappresentazione del principio di libera circolazione dello spazio, che faceva parte del colonnato del tempio. Nello studio di Behrens si formeranno alcune tra le maggiori personalità del panorama architettonico moderno come Mies Van Der Rohe,  Le Corbusier  e Gropius.
Gropius si forma tra Monaco e Berlino dove, nel 1907, entra nello studio dell’architetto P.Behrens nel cui studio conoscerà Mies Van de Rohe, Le Corbusier e Adolf Mayer che diverrà suo collaboratore per le officine Fagus. Nel 1911 Gropius aderisce al Werkbund e nel 1919, fonda e dirige il Bauhaus (letteralmente casa della costruzione) che consiste nella prima vera scuola di disegno industriale della storia. Il Bauhaus fondato da Gropius nel 1919 riassume le potenzialità di innovazione insite nel Movimento Moderno grazie all’ordinamento dei principi costruttivi generalizzabili che saranno il fondamento progettuale di molte successive costruzioni.
 In questa scuola si definirà anche la figura del designer come oggi la concepiamo, e si elaborerà una metodologia di progettazione comune a tutte le arti. Gropius affermava che: “I tempi nuovi chiedono un’espressione adeguata una forma esatta e non casuale, contrasti chiari, ordine nelle parti, sequenze di elementi simili nonché unità di forme e colore diventeranno in coerenza con l’energia e l’economia della nostra vita pubblica, gli strumenti estetici dell’architetto moderno”.
Egli affrontò il tema dei luoghi di produzione, pensando che l’industria avesse ora un ruolo propulsivo nello sviluppo della nuova cultura e sostenendo che la collaborazione tra l’industriale e l’architetto poteva apportare qualità all’industria e anche un migliore rendimento produttivo. Le officine Fagus sono state considerate tra i primi edifici funzionalisti perché si stabilisce per la prima volta in modo dichiarato il legame fra forma- funzione. Gropius non esalta, come aveva fatto invece Behrens in senso monumentale, la fabbrica, ma cerca di mediare tecnologia ed esigenze estetiche senza tuttavia stravolgerne la tipologia. L’edificio è composto da corpi con funzioni ben identificate. Gli angoli sono svuotati da vetrate che corrono verticalmente. Lo svuotamento dell’angolo e la sua negazione diventano da questo momento quasi una costante del movimento moderno. Le vetrate con le quali si configura il tema dell’orizzontalità, anch’esso considerabile elemento distintivo della modernità, risultano aggettanti rispetto ai pilastri verticali e si ha come l’impressione che vengano sostenute da una fascia orizzontale superiore.
Gropius effettua uno studio delle esigenze necessarie per un’ottimizzazione del processo industriale. Le funzioni determinano i vari blocchi e ciò diventerà il modello progettuale di Gropius. Avviene così, con le Fagus un riconoscimento circa il valore estetico degli edifici industriali. Pertanto si può affermare che in tale ambito si gettarono alcune fondamentali premesse al razionalismo, che sostituisce ai valori estetici la ricerca di una coerenza tra forma e modo produttivo.  Nel 1933 ad opera del regime nazista si sopprimerà la scuola del Bauhaus, e Gropius insieme ai suoi collaboratori tra cui Mies van der Rohe, ultimo direttore della scuola- è costretto a lasciare la Germania trasferendosi dapprima in Inghilterra e poi negli Stati Uniti.
Con queste parole Benevolo, ha saputo sintetizzare l’essenza dell’eredità lasciata da Gropius, scomparso all’età di ottantasei anni: “Gropius ha contribuito più di tutti a far sì che la misura principale del lavoro degli architetti non fosse quello della grandezza individuale, ma quella dell’utillità comune, del progresso civile. Questa svolta- cioè il carattere unitario, razionale, oggettivamente controllabile del movimento moderno- è la grande opera della sua vita“.

Neoplasticismo

Linee, piani e colori sono gli elementi materiali della costruzione: si porta avanti un piano sospeso per arretrare il volume del corpo principale, lo si compensa indicando con un’asta verticale lo spigolo di un volume vuoto, si contrappone ai piani frontali il piano orizzontale di una copertura sporgente, si blocca con una linea nera l’espansione luminosa di una superficie bianca, con la spazialità negativa di un blu la spazialità positiva di un giallo“.
Con queste parole G. C. Argan commenta nel suo “L’arte moderna- 1770 – 1970″ la composizione della nota Casa Schroder a Utrecht, come si trattasse di un’opera d’arte pittorica… e forse in effetti questo rappresenta l’unico modo per farne percepire il senso della composizione, di questa sorta di opera pittorica fatta architettura. Nel 1924, Casa Schroder fu progettata da G. T. Rietveld (noto per una poltrona, -la sedia rosso blu- dagli elementi in legno standardizzati). Rietveld era il più aderente alle premesse teoriche del movimento neoplastico fondato nel 1917.
Organo di diffusione del N. fu la rivista “de Stijl”, ideata da Van Doesburg con Mondrian, Van Eesteteren e Oud. Si cerca una nuova plasticità, e per questo ci si propone di partire da elementi bidimensionali e accostarli secondo un nuovo significato fatto di rapporti reciproci. Il programma neo-plastico prevedeva fosse estetico il puro atto costruttivo, cioè introduceva il concetto che nessuna forma esiste a priori, ma si produce con l’atto del costruire. Rietveld aveva ideato una casa le cui superfici delle pareti sembravano essere piani in movimento, così come i balconi e i parapetti. Tale tendenza, la progettazione per piani, non fu proseguita tuttavia da uno dei fondatori del movimento, J.J. P. Oud, (1890-1963) che, pur inserendosi nell’ambito del De Stijl, superò le tematiche del gruppo per approdare ad un linguaggio proprio che prevedeva, tra l’altro, una semplificazione radicale dei procedimenti costruttivi.
Nelle architetture di Oud la scomposizione “è assorbita senza traccia apparente nell’integrità dei blocchi edilizi: eppure i volumi, le superfici, i colori, non sono più quelli di prima e appaiono come se fossero nuovi, visti per la prima volta, mentre si ricostituisce dopo più di un secolo, su basi diversissime da quelle antiche, l’accordo tra forma e funzione”..- Benevolo- Storia dell’Architettura Moderna. Oud, architetto della città d Rotterdam dal 1918 al 1933, realizzò dei quartieri popolari che furono espressione di un impegno di carattere estetico, ma anche etico. Egli sosteneva la importanza della possibilità di costruire in serie con elementi prefabbricati, anche per potere essere a servizio della collettività. A lui si devono alcuni indiscussi capolavori come l’insediamento residenziale di Kiefhoek, le case minime in serie per il quartiere sperimentale di Weissenhof a Stoccarda e soprattutto le abitazioni del quartiere operaio di Hoek van Holland, del 1924, dove si realizza quella ricerca di una edilizia residenziale di massa “sana, universale e di larghe vedute“.
Pur riprendendo la già evoluta tradizione abitativa olandese, queste opere hanno spazi interni ed esterni che si compongono armoniosamente in un insieme di volumi. Le case a schiera di Hoek van Holland, a due piani, esprimono quel “complesso equilibrato delle parti” di cui parlava egli stesso. I colori presenti negli scalini di ingresso, rossi, le porte blu e la zoccolatura gialla, vivacizzano la composizione e il bianco delle pareti, ma non per sottolineare la scomposizione delle parti, ma anzi la loro intima coesione. La stecca appare conclusa dalle estremità arrotondate e appare come unita dal parapetto dei balconi. L’architettura non deve cadere, a detta dello stesso Oud, in un arido razionalismo, ma deve mostrare la seduzione del materiale di qualità, la chiarezza del vetro, lo scintillio e la levigatezza della superficie, lo splendore e la luce del colore… solo così l’architettura potrà superare, quella purezza classica, eliminando ogni elemento di poca importanza.
Eliminando ogni implicazione ideologica ed ogni intenzionalità riformistica, come la poetica neo-plastica esige - afferma a proposito di Oud, Argan – l’architettura si avvicina alla comunità, diventa veramente un servizio (e non più un programma) sociale“. Nel 1928, si esurirà il movimento De Stijl, considerato uno degli episodi architettonici chiave per l’evoluzione della storia dell’architettura contemporanea.

Il Movimento Moderno

Dopo la I guerra nascono, anche successivamente alla spinta ricevuta nel mondo dell’arte da Cubismo, dei movimenti che si propongono il superamento della classificazione delle arti. Ozenfant elabora i principi del “purismo” e nel 1918 insieme a Jeanneret (Le Corbusier) pubblica il manifesto dal titolo: “Après le cubisme”, in cui si promuovono forme semplici e pure come sorgente primaria di tutte le sensazioni estetiche. Nel 1919 Ozenfant e Le Corbusier fondano il movimento purista, che sarà diffuso attraverso la rivista L’esprit nouveau. Il purismo stabilisce l’uso di forme semplici e l’armonia dei processi dell’arte con quelli della natura. Con “Movimento Moderno” si vuole generalmente indicare un complesso svilupparsi di fenomeni architettonici ed evoluzioni teoriche che ebbero luogo tra le due guerre mondiali.

 - La personalità di Le Corbusier sarà determinante per il Movimento Moderno anche se, pur concorrendo allo sviluppo di tale movimento, il personale percorso di questo architetto assumerà via via connotazioni anche diverse. Bisogna infatti considerare che l’attività di questo geniale protagonista dell’achitettura moderna si svolgerà da prima degli anni 1920 agli anni 1965. Un periodo di 50 anni, che sarà denso di cambiamenti tecnologici, sociali, politici e culturali. Il pensiero di Le Corbusier nascerà come frutto del suo tempo, si evolverà e si maturerà insieme ai cambiamenti operati dagli eventi. Egli penserà all’architettura come ad uno strumento capace di migliorare la condizione umana attraverso una razionale e funzionale organizzazione degli spazi, definirà tecnica e arte come due caratteri paralleli, non in antitesi.
I cinque punti di una nuova architettura di Le Corbusier: pilotis, tetti giardino, pianta libera, finestra a nastro, facciata libera, sono stati pensati già prima del 1926, data in cui furono pubblicati in un documento a firma di Le Corbusier con P.Jeanneret. Questi 5 punti, sono stati oggetto di critiche, accusati di portare avanti un eccessivo schematismo. Anche oggi, leggendone semplicemente le descrizioni avvertiamo l’eccessiva tendenza a semplificare, all’interno di codici anche troppo rigidi, una materia che per sua esigenza deve rifiutare le schematizzazioni. Ma occorre pensare al periodo in cui emersero, e all’enorme carica rivoluzionaria che detenevano in sè, in quel determinato periodo storico.
A questo proposito è molto interessante l’affermazione fatta da Benevolo circa i 5 punti per capirne il senso reale: “Se questi standards siano convincenti o no, lo dirà l’esperienza futura. Resta il fatto che gli architetti riconoscono che esiste un campo autonomo e limitato, entro cui si devono fare scelte precise. Solo così la nuova architettura trova la sua corretta collocazione culturale: il suo compito non è di dar fondo all’universo, ma di compiere una delle azioni concrete (…) necessarie all’organizzazione della società moderna” e poi” lo schematismo si evita non rinunciando agli standards, ma impegnandosi a farli evolvere continuamente come fa Le Corbusier nei quarant’anni successivi“.
Nel 1927 L. C. realizza un’opera che è un manifesto. Villa Stein a Garches. Utilizza l’intonaco bianco per le parti murarie. Gli infissi sono metallici e di colore nero. La geometria della forma viene così esaltata al massimo. Le proporzioni si ricollegano al calcolo della sezione aurea e dentro un reticolo di pilastri distribuiti con regolarità, la pianta e i prospetti sono elaborati liberamente. La villa poi è posta in rapporto con il parco che ha intorno attraverso un articolazione delle sue parti. Nel 1929 è la volta di “Villa Savoye” a Poissy, vicino Parigi.. Quella casa che a detta del suo autore doveva posarsi nell’erba “come un oggetto, senza guastare nulla” sarà poi destinata a divenire una delle icone dell’architettura moderna. Sorge su un vasto prato, circondato da boschi. Il fatto che sia sorta in un luogo praticamente privo di qualsiasi riferimento ad elementi particolari del contesto ha probabilmente favorito la sua composizione come concretizzazione di una idea astratta. L’oggetto architettonico si posa così nel luogo, senza modificarlo, anzi, è come sollevato da terra tramite i suoi pilotis; i prospetti sono uguali e rivolti ai quattro punti cardinali; una rampa a dolce pendenza (la nota “passeggiata architettonica”) ne collega i livelli, suggerendone la continuità spaziale.
Il Razionalismo, termine che è servito a differenziare le esperienze di alcuni personaggi del Bauhaus, di Le Corbusier e di Mies van der Rohe, da quelle di tendenza “organica”, fu un nuovo modo di progettare che vedeva nell’architettura e nell’urbanistica il mezzo per potere agire a favore di un progresso anche sociale. Sostanzialmente mira a risolvere la forma ad una ricercata essenzialità nella quale si trovi spazio solo per un linguaggio astratto, purificato aderente alla nuova civiltà tecnologica. Si propone una vera e propria riforma dell’edilizia che d’ora in poi si vuole maggiormente basata sulla standardizzazione e sulla industrializzazione degli elementi.
Indicativa a tal proposito l’attività del CIAM – il Congres Internationaux d’Architecture Moderne- nato per iniziativa di Le Corbusier, Gropius, Berlage ed Oud. Si voleva dare un assetto unitario ad esperienze architettoniche che avevano molte affinità sia sotto il punto di vista tecnico che formale, e a quelle che volevano vedere anche un ruolo sociale nell’architettura. Durante il primo incontro dei componenti del CIAM, si discusse di sei punti: 1- la tecnica moderna con le sue conseguenze; 2 -la standardizzazione degli elementi; 3 – l’economia; 4 – l’urbanistica; 5- il ruolo educaivo delle nuove generazioni; infine 6- il rapporto Stato-architettura. Il quarto congresso del CIAM, svoltosi ad  Atene nel 1933, portò successivamente alla redazione della nota Carta di Atene del 1941. In essa troviamo i canoni per la costruzione di una città funzionale attraverso una rigida divisione delle sue aree funzionali attraverso cinture verdi ed in cui si proponeva una edilizia residenziale in tipi unici ripetuti, che si concretizzava nella edificazione di edifici alti e distanti tra loro. Tale Carta costituì il riferimento per le progettazioni di carattere urbbanistico per molto tempo.
Nel 1946 Le Corbusier riceve da ministero l’incarico di realizzare delle Unitè d’Habitation a Marsiglia. L’edificio viene realizzato nel 1952. Successivamente vennero realizzate altre Unitè, una a Nantes, una a Berlino, una a Firminy e una a Briey-en-foret. Nel 1954 a Ronchamp Le Corbusier realizza una delle sue opere più emblematiche: La Cappella di Notre Dame du Haut, dove fa dell’edificio “un nucleo plastico e compatto, pieno di forza espansiva compressa” – (G. C. Argan in “L’Arte moderna” – Sansoni).
Quando venne incaricato di progettare la nuova capitale dello stato federale indiano del Punjab, Chandigarh, per 500.000 abitanti, L. C. considerò la storia locale di quel paese, non in uno sterile rifarsi ai locali metodi costruttivi, ma guardando a quei riferimenti storici e simbolici, -come le corna lunate che è il simbolo della vacca sacra indiana- che ne identificassero una specifica essenza. Gli edifici costruiti furono il Campidoglio, il Palazzo di giustizia, il Segretariato e il Palazzo del parlamento. La disposizione degli edifici segue un tracciato regolare, che parte dalle pendici dell’Himalaia ed è diviso in sette grandi strade che dividono tutti i comparti urbani, per una superficie complessiva di circa 100 ettari.
Afferma Benevolo: “Il grande merito di Le Corbusier è stato quello di impegnare il suo incomparabile talento sul terreno della ragione e della comunicazione generale. Egli non si è mai contentato che le sue invenzioni fossero interessanti e suggestive, ma utili e applicabili universalmente, e non ha voluto imporre, ma dimostrare le sue tesi”.

 - L’architettura moderna troverà uno dei suoi esponenti più rappresentativi in Frank Lloyd Wright (1867-1959), che elabora i suoi primi progetti legati all’Ecole de Beaux Arts e, successivamente, a Chicago lavora presso Sullivan. Inizia il suo studio sull’organicismo in linea con la tendenza che vede l’architettura parte della società che si trasforma insieme al territorio e alla natura. Egli crea edifici concepiti come organismi, che presentano un nucleo centrale che ha delle direttrici di sviluppo nello spazio. Non vi sono, degli schemi rigidamente stabiliti e sarà Wright stesso a definire organica l’architettura da lui espressa. Gli edifici da lui progettati denotano un nuovo tipo di interazione tra interno ed esterno, facendo uso di muri continui che unificano lo spazio. In una continua ricerca di pluridirezionalità, (che si concreta nel disegno negli incroci di assi, negli spazi interni collegati, senza divisioni, pareti o porte) e con una costante attenzione ai materiali, (privilegiando sempre quelli naturali, legati al luogo), Wright si porrà come una delle figure più interessanti dell’architettura contemporanea. Nel ciclo denominato delle “Prairie Houses” (fino al 1910) sperimenterà la sua spazialità, fluida e organicamente distribuita. Alcuni studiosi attribuirebbero degli influssi del movimento europeo sulla sua personale espressione architettonica, ma, come afferma Benevolo in “Storia dell’architettura moderna”: “Se Wright ha accolto alcuni suggerimenti europei, li ha subito profondamente alterati e li ha fatti diventare elementi di una personalssima visione“. Nel 1936 realizza la casa sulla cascata a Bear Run in Pennsylvania. Questa opera architettonica, diverrà oltre che la sua opera più nota, anche una sorta di icona dell’architettura contemporanea. Qui architettura e natura sembrano collaborare e completarsi vicendevolmente. Gli elementi in orizzontale, stanze e terrazze, e quelli in verticale non costituiscono mai un blocco chiuso. Predominante l’utilizzo dei materiali come la pietra ed il legno che trovano spazio all’interno e all’esterno della costruzione. La casa sulla cascata sembra appropriarsi del linguaggio della natura del luogo in cui sorge, della geometria casualmente espressa dalla roccia sottostante, che sembra appositamente essere stata posta lì per fungere da base, estetica e funzionale, alla casa. L’immagine più diffusa dell’opera architettonica, presenta il fronte proteso verso la cascata. Tale immagine naturalmente sottolinea e diffonde l’aspetto più audace dell’intera struttura, che appare quasi sospesa, e dunque non gravare sulla propaggine naturale. Una prima osservazione da fare è che oggi, davanti alla rinnovata coscienza e sensibilità verso l’integrità della natura, una simile opera non si sarebbe mai potuta realizzare…. La prima opposizione avrebbe riguardato la condizione di impatto ambientale in un contesto naturale di singolare bellezza, prima ancora di osservare i disegni progettuali. Ma per la casa sulla cascata l’impatto con la incontaminata bellezza dell’ambiente lo si è tradizionalmente acquisito come un dato positivo: questo perché l’opera è riconosciuta all’unanimità come un capolavoro dell’architettura contemporanea, ma soprattutto perché è nata in un periodo in cui ancora il fenomeno della speculazione edilizia e degli abusi operati in contesti naturali di particolare rarità e bellezza, non erano ancora tanto diffusi. A tal punto la casa sulla cascata assume un duplice valore agli occhi dell’osservatore contemporaneo: quello del suo indiscutibile pregio come opera in sé e quello della sua particolare unicità, dovuta anche alla quasi impossibilità di ritrovare le condizioni favorevoli alla riproposizione di opere simili ad essa. Ritornando all”esperienza architettonica di Wright, essa è da considerarsi autenticamente autonoma come espressione artistica, anche se, ovviamente si muove parallelamente al movimento moderno e ne assorbe i contenuti essenziali. Nel 1926 Wright realizza il Museo Guggenheim a New York. E’ il trionfo del suo pensiero architettonico. La spirale non avvolge solamente lo spazio interno dell’edificio, ma crea un campo di forza, in cui è coinvolto l’osservatore esterno e medesimamente quello interno, in un gioco di spazi fin ora inedito.

 - Chi non conosce il famoso motto di Mies van der Rohe, “less is more”, il meno è il più? Questa frase, sintetizza la poetica espressa da questo protagonista dell’architettura contemporanea. Si disse fosse capace di ridurre all’essenziale qualsiasi problema di ordine tecnico e compositivo. mantenendo invariate le cose che non aveva motivo di cambiare. Riguardo il senso del Less is more, è interessante citare l’affermazione di Leonardo Benevolo nella sua nota “Storia dell’architettura Moderna”: “Era capace di ridurre ogni problema ai minimi termini, all’essenziale, rinunciando a quel di più che gli architetti hanno messo sempre negliedifici e che serve a distinguere le loro decisioni da quelle dei committenti, dei costruttori, dei clienti”. E poi: “Le sue opere, non complicano ma riducono gli organismi edilizi alla forma più elementare. Per ogni tema egli stabilisce un “meno” di organizzazione spaziale, che rende possibile un “più” di controllo della forma e della distribuzione“. Pur essendo esponente del razionalismo in Germania, “all’opposto di Gropius non si pone problemi sociali e non ha interessi urbanistici diretti. I suoi grattacieli saranno i primi elementi della città futura, fatta di enormi prismi trasparenti con grandi vuoti ta gli uni e gli altri (…) non ammette che due assi strutturali, il verticale e l’orizzontale, ed una sola entità formale, il piano” – Argan,. L’oggetto architettonico maggiormente indagato fu il grattacielo isolato o all’interno di un complesso. Nel 1929 realizza per l’Esposizione internazionale di Barcellona, un suo capolavoro indiscusso: il padiglione della Germania. Nella sua linearità ed assoluta eleganza, questo padiglione è diventato una delle pietre miliari dell’architettura moderna. Non sembra esservi soluzione di continuità tra interno ed esterno. Tutta la costruzione è pervasa da un senso di fluida spazialità. Il Seagram Building, del 1958, di New York, risulta valorizzato dall’arretramento rispetto al filo stradale, soluzione che lascia libera una buona parte di area circostante. Questo anche se nella zona -Park Avenue- dove si eleva il costo del terreno è elevatissimo. A livello di immagine questo fattore “spreco” esalta maggiormente il senso di lusso che nell’insieme il grattacielo suggerisce. Il Curtain Wall (cioè la facciata fatta in pannelli leggeri), è stato realizzato in bronzo e in vero atermico brunito. Questi dettagli cromatici fanno sì che non si distingua la differenza tra la gabbia e la superficie vetrata, conferendo una maggiore sensazione di uniformità visiva. L’utilizzo di particolari cromatici che donano opacità e monocromia ai grattacieli, serviva ad esaltarne il volume. Le pannellature in marmo lucidato e il vetro roseo completano l’opera. sotto il punto di vista degli impianti è perfetto e anche la volumetria è molto costosa da realizzare. Ma Mies riesce a servirsi della disponibilità economica per realizzare un prodotto perfetto, una sorta di prototipo da poter realizzare anche inaltre occasioni. Complessivamente restituisce una immagine di grande eleganza e raffinatezza suggerita anche dai materiali usatiAfferma C. G. Argan: “nonostante la sua grandezza il Seagram è un edificio a misura umana, solo che la unità di misura non è come per Le Corbusier il corpo umano, ma la capacità di raziocinio, di calcolo, la riduzione all’unità della mente umana”.Per concludere queste poche note su Mies, mi piace ricordare quello che ha scritto Benevolo in “Storia dell’architettura Moderna” perché ne offre una descrizione umana che vale più di tante parole per comprendere la personalità di questo grande protagonista dell’architettura:
Mies era in apparenza il più soddisfatto e viziato dei grandi personaggi dell’architettura: tutte le sue proposte teoriche sono state tradotte in pratica e rese perfette in una serie di esperienze successive…..non ha ingrandito il suo studio professionale, ma ha collaborato con alcuni dei più grossi studi tecnici americani, presentandosi come intermediario e arbitro nei difficili rapporti tra questi, i committenti e gli esecutori. Così non ha rinunciato alla sua libertà personale e ha potuto concentrarsi sulle scelte essenziali, risolutive“. Segno che quel suo motto, less is more, egli ha saputo tradurre in un suo stile di vita.

Sviluppi in italia

In Italia, tra il primo decennio del 1900 ed il secondo, un linguaggio fortemente innovativo sarà espresso dalla corrente del Futurismo, che si contraddistinguerà sin da subito, per il desiderio di rottura con il passato ed un frenetico slancio verso il futuro. L’esaltazione della macchina e del senso del movimento, la programmaticità degli intenti e la fusione con alcuni ideali politici del tempo costituiranno per il futurismo delle linee dominanti. Il Futurismo, venne divulgato attraverso la pubblicazione dei cosiddetti “manifesti”; le riviste mostreranno le attività e le produzioni degli artisti e si utilizzeranno strumenti divulgativi anche inediti come i proclami e i convegni.
Nel 1914 venne diffuso su Le Figaro a Parigi il primo manifesto Futurista nel campo letterario da parte di Marinetti e nello stesso anno, nel 1914, Antonio Sant’Elia curò il manifesto futuristico inerente l’architettura predisponendo i disegni della città futurista, in cui si manifesterà come una volontà, il creare una nuova città diretta espressione delle esigenze più attuali. In tutti i suoi progetti, che per altro furono destinati a restare tali, si ripete l’archetipo della centrale elettrica, simbolo della produzione dell’energia della nuova società moderna. Una idea non statica dell’architettura sta la base della concezione architettonica ed urbanistica futurista. L’architettura del futurismo si dichiarava contraria ad ogni forma di decorativismo per cui “soltanto dall’uso e dalla disposizione originale del materiale greggio o nudo o violentemente colorato, dipende il valore decorativo dell’architettura futurista”.  La personalità di Sant’Elia lo condusse ad una quasi totale coerenza tra la concezione “futurista” e l’agire da “futurista”. Come Boccioni, esponente futurista di rilievo del movimento artistico corrispondente, Sant’Elia parteciperà alla I Guerra mondiale. Se la sua vita fosse stata meno breve, probabilmente avremmo avuto modo di osservare delle sue opere non solo dei disegni….

Nel 1926 il Gruppo 7, fondato da A. Libera, diede inizio al rinnovamento del linguaggio architettonico italiano. Si costituisce il MIAR, movimento italiano per l’architettura razionale che ben presto si sciolse, lasciando alla rivista Casabella, il compito di divulgare nuove idee. Diretta da Persico e Pagano, la rivista divenne un mezzo di incontro di intellettuali e architetti che producevano opere non in linea con le direttive del regime. Soprattutto attraverso Casabella si diffusero i linguaggi delle architetture che si producevano in quello stesso periodo in Europa. In Italia emerse la figura di Terragni. A lui è dovuto il “Novocomum” che fu realizzato in aperta contraddizione con le disposizioni della commissione edilizia. Ricca di impeto dinamico, questa massa prismatica, presenta due cilindri vitrei incassati negli angoli rientranti. il secondo piano è aggettante.
La “casa del Fascio” a Como rappresenta il capolavoro di Terragni. Dalla cubica stereometria, presenta un cortile a pianta quadrata intorno al quale gli ambienti si dispongono. L’eredità di Terragni si può vedere nelle successive elaborazioni progettuali di Cattaneo – vedi appartamenti a Cernobio del 1940. Il linguaggio razionalista in Italia lo troviamo ancora con Pagano, che rappresenta un baluardo contro l’imperante monumentalismo. Fu il fautore insieme a Terragni dell’architettura moderna italiana. Dice Zevi: “puntò non sull’attimo di rapimento fantastico, ma su un impegno di lavoro serio, competente e socialmente illuminato”. Infine Adalberto Libera, fu segratario generale del MIAR. Amò le forme limpide e geometriche. Il personale linguaggio di Libera lo si può riconoscere nella Villa Malaparte a Capri

Crisi del razionalismo

Dopo la II guerra mondiale le tendenze architettoniche si arricchiscono di molte sfaccettature. I grandi protagonisti del periodo precedente maturano nuovi concetti che non tarderanno a diventare il seme di nuove tendenze che si svilupperanno nei primi anni della II metà del XX sec. Contemporaneamente però si creano quei presupposti che determineranno la crisi del razionalismo e del funzionalismo. Nel II dopoguerra si assisterà quindi ad una sorta di sconfitta del Movimento Moderno, la cui origine scaturirà da una eccessiva banalizzazione e diffusione di alcuni postulati propri del movimento. Paradossalmente, la crisi partirà proprio a causa del successo dilagante ottenuto in ragione delle condizioni socio-culturali createsi in questo periodo storico. Essendosi sviluppato in origine, come un modo di superare l’accademismo stilistico, il linguaggio architettonico aderente ai principi del razionalismo e del funzionalismo, si avviò verso un progressivo degenerarsi delle motivazioni iniziali che lo avevano sostenuto.
Nel 1950 l’America si affiancava come un centro di sviluppo della cultura architettonica a quelle nazioni che fin ora ne avevano detenuto il primato. Mies van der Rohe sarà uno dei protagonisti indiscussi. Anche in Europa, prevarrà per le architetture di tipo pubblico, una tendenza più vicina allo stile lineare e puro delle forme di tipo razionalista. Tale scelta formale era inoltre agevolata dalla necessità di ricostruzione generatasi in conseguenza delle distruzioni di interi contesti operatesi durante il II conflitto. In questo periodo comincia a prevalere la necessità dell’ampliamento delle città. Emergono cioè nuove necessità di pianificazione, che si ispirino a principi di funzionalità e rapidità. In alcuni casi si trattava infatti di mettere in piedi dei veri e propri piani di ricostruzione dopo le rovine della guerra.
La progettazione del singolo edificio è adesso vista come integrata nel progetto della città. In tal senso si impongono ancora all’attenzione alcune progettazioni di Le Corbusier che vedeva come possibile soluzione alla caoticità delle città la realizzazione di contesti abitativi formati da Unitè d’Habitation, che potessero assolvere autonomamente ad alcune delle funzioni proprie di una città, di tipo tradizionale. Le sue Unitè, costituivano una sorta di unità costruttiva con servizi integrati di carattere urbano, una esatta dimensione era pensata per tutti i servizi comuni. Sul tetto delle singole Unitè erano impiantati un asilo per i bambini e delle palestre, mentre all’interno, a metà dell’altezza dell’edificio, negozi, una postazione per un medico, la lavanderia, ecc… Le Unitè avrebbero così consentito di usufruire di servizi comodi ed essenziali, lasciando lo spazio per potere impiantare vaste aree verdi. Una Unità di Abitazione, progettata da Le Corbusier, fu realizzata a Marsiglia nel 1952. Conteneva 337 abitazioni di diverso tipo ed aveva una lunghezza di ben 135 mt. Le Corbusier vi applica il suo Modulor, il sistema di proporzioni che assumendo come dato medio una altezza di 1,75 mt, al corpo di un uomo, consentiva di ridurre a 2,26 mt l’altezza della singola abitazione.
Ma le Unitè che erano state ideate per contrastare a suo dire la “follia della casa unifamiliare”, simbolo di un abitare collettivo, baluardo contro l’isolamento abitativo, non ebbero la diffusione sperata. In realtà si trattava di una trasformazione del concetto stesso dell’abitare, che non riuscì a radicarsi in nessuna città europea. Dopo la morte dei grandi protagonisti del Movimento Moderno il problema fu quello di guardare all’eredità di questi grandi maestri nella loro giusta dimensione, per non incorrere in una dilagante banalizzazione dei loro messaggi. In molti casi purtroppo, complici le diverse situazioni socio-economiche e culturali dei diversi paesi nei quali furono applicati i canoni del M. Moderno, si giunse ad un progressivo impoverimento del linguaggio architettonico utilizzato da quelle progettazioni che si dicevano raccogliere la lezione dei grandi maestri.
Ne conseguì una forte reazione, che diede il via ad una serie di movimenti di pensiero ostili verso tutti i canoni propri del funzionalismo. Si può affermare che la mostra organizzata da Ph. Johnson al Museum of modern art di New York, nel 1932, dal titolo International style, sia uno degli elementi posti all’origine del fenomeno di revisione critica del linguaggio razionalista. Ciò perché, tale mostra, organizzata per evidenziare la sostanziale unità di intenti dei linguaggi del razionalismo e del neoplasticismo in Europa, banalizzava sostanzialmente in termini di contenuto i risultati del dibattito europeo riducendo tutto a delle formule, adattabili alle varie situazioni, come fossero elementi di facile consumo. I principi dell’International Style, a detta degli organizzatori, erano classificabili in alcuni semplici termini, come ad es.: – l’architettura viene concepita come volume e non come massa; alla simmetria assiale viene sostituito il concetto di organizzazione come lo strumento più importante per dare chiarezza al progetto; – Si condanna ogni decorazione arbitraria. Presto nacquero delle reazioni che vedevano in questa banalizzazione il futuro diffuso impoverimento nella progettazione architettonica.
In questo contesto, già critico nei confronti di una certa errata applicazione dei principi del razionalismo, si progettò Brasilia.
 - Del Brasile in quegli anni si parlava come di un paese pronto a raggiungere il benessere di uno stato industriale. Dal 1957 crea la sua capitale, Brasilia, che situò in una parte interna del paese e scarsamente popolata, soltanto perché era il centro geografico dello Stato. Brasilia, la cui pianificazione si deve essenzialmente agli architetti Oscar Niemeyer e Lucio Costa, nasce come quindi una città nuova. In una città di nuova fondazione, che svincolava i progettisti dal confronto con la storia, i canoni del razionalismo applicati in modo freddo ed anonimo.
Ciò contribuì a generare una città priva di quella vitalità che è propria delle città. Tuttavia vi si tenta un conferimento di significato attraverso unl recupero del “simbolo” che si tradusse nel tracciato che, pur innestandosi su di una maglia regolare, assume la forma di un volo di un uccello nell’atto di dispiegare le sue grandi ali. Nel 1964 si conclude la costruzione del palazzo del Congresso, di O. Niemeyer, che presenta l’edificio del Congresso, con una sala a forma di cratere per la camera dei deputati, il Senato con una sala cupolata, che lasciano esibire all’esterno la loro forma. Tra le due forme il grattacielo per gli uffici dei deputati spicca con la sua accentuata verticalità. La Piazza denominata dei tre poteri, è destinata unificare il contesto. La disposizione simmetrica su di un asse lungo ben 6 Km sul quale poi si innestano il Palazzo del Governo e della Cultura conferisce una spiccata monumentalità. Questa caratteristica ha finito con il rappresentare soprattutto le esigenze della classe dominante, e cioè quelle di volere accentuare l’elemento “rappresentativo” dell’architettura.

ARCHITETTURA RADICALE

Negli anni 1960 si sviluppa in Europa, in contrapposizione alle tematiche del Funzionalismo, una vera e propria ricerca architettonica d’avanguardia che proponeva varie tematiche legate all’utopico al fantascentifico e all’irrazionale. I promotori di questa avanguardia sognavano linguaggi per esprimere in architettura la propria cantemporaneità e liberarsi dall’eredità del Movimento Moderno. I concetti di Razionalismo e Funzionalismo, avvertiti come causa di una sorta di disumanizzazione degli spazi della città alimentavano una contrapposizione diffusa alle architetture espresse dall’International Style. Germano Celant, all’inizio degli anni ’70, è il primo ad adottare il termine di “architettura radicale” per raccogliere questi atteggiamenti in un unico fenomeno architettonico. Atteggiamenti e non movimento, perché l’architettura radicale non presentava caratteri omogenei ben definiti, tanto da destare spesso confusione (…per dirne una, anche il Postmoderno fu accostato all’architettura “radicale”).
L’architettura radicale fu promossa da numerosi gruppi architettonici quali i Superstudio di Firenze, gli UFO, o il gruppo Archigram di Londra. Nel panorama europeo emergono, nell’ambito di questo atteggiamento radicale, due nomi soprattutto: quello di P.Cook per Archigram e quello dell’italiano Nicolini per Superstudio. Alcune utopie si concentrano sul tema dello sviluppo urbano, visto questa volta come la negazione della differenziazione delle funzioni. Archigram vede la città piuttosto come sintesi di relazioni energetiche o metafore fantascientifiche del mondo tecnologico (si fa spesso uso di una grafica di tipo fantascientifico). Si elaborano proposte progettuali, che non rimandano a realtà riproducibili ma si pongono come autonomi atti comunicativi. Nasce il concetto di action-planning che vede in una spontanea e immediata gestualità, un metodo di pianificazione strutturale. Nel 1963 a Londra si svolge la mostra “Living City”.Le opere di Cook sono frutto di un atteggiamento edonistico e giocoso, di una tecnologia avveniristica. Analoghe per certi versi, all’esperienza Archigram, sono quelle italiane di Superstudio, fondato nel 1966 da Natalini, a Firenze. Mentre Archigram proponeva utopie che guardavano alle possibilità della tecnologia, Superstudio coltivò utopie in negativo in cui l’irrazionale veniva esaltato per contrapporsi all’eccessivo razionalismo e al mito del funzionalismo. L’intento è quello di divulgare l’architettura e il design di avanguardia – Es. l’antidesign di Gaetano Pesce. La mostra svoltasi nel 1966 in una cantina di Pistoia dal titolo “Superarchitettura”, è da considerare il manifesto di Superstudio. Nel 1972, il MoMA di New York, organizza la mostra di controdesign dal titolo: Italy: the New domestic Landscape. Protagonisti i radicali.
Dalla seconda metà degli anni settanta pare dissolversi il mito positivistico che aveva dominato il pensiero architettonico nel primo Novecento e si spengono anche i fervori che avevano alimentato il senso di rifiuto verso l’eccesso del “funzionale “in urbanistica ed in architettura. Successivamente anche i protagonisti dell’architettura radicale seguiranno strade che li porteranno lontano dalle posizioni iniziali. Superstudio viene sciolto nel 1986. Oggi, alcuni studi condotti in Francia tendono ad evidenziare l’influenza di Superstudio e Archizoom, sul lavoro di Rem Koolhaas e Bernarnd Tschumi.
Anche in Italia si attuerà una rilettura del fenomeno: alla Biennale di Venezia nel 1996, dove per il padiglione italiano, si è organizzata una retrospettiva sul fenomeno radicale e nel 1999 al Palazzo Fabroni di Pistoia, dove Pettena curerà la mostra dal titolo: Archipelago. Architettura sperimentale 1959-99,  dove gli sviluppi dei radicali sono accostati ad alcune architetture contemporanee di tipo sperimentale.

HIGH TECH

Già dagli anni ’60-70 si è assistito in campo architettonico ad una graduale sostituzione di quei principi che da sempre avevano fatto parte integrante di un oggetto architettonico e alla materialità, al peso delle strutture, alla loro opacità, si è via via in molti casi contrapposta la leggerezza e la flessibilità di elementi immateriali. Il valore di una architettura si è cominciato ad attestare nella capacità di esprimere messaggi, di essere in relazione con l’esterno e di essere tecnologicamente all’avanguardia.
Una certa tendenza ha voluto inoltre che in qualche caso, i messaggi divenissero sempre più metaforici, ed i progettisti hanno costruito complessi sistemi di rimandi concettuali, in cui impianti e tecnologia sono stati utilizzati per comunicare sia nel senso teorico che pratico del termine. Così la comunicazione, che rimanda alla dinamica dei flussi, è diventata prerogativa dell’architettura non meno della firmitas in passato e concetti come quelli di flessibilità, fluidità, interattività hanno cominciato a far parte integrante dei progetti.
L’introduzione di sofisticati sistemi “intelligenti” supportati da tecnologie eco-sostenibili hanno inoltre notevolmente amplificate le possibilità di ricorrere in architettura ad integrazioni di tipo altamente tecnologico. Si è così avviato un processo di esteriorizzazione di ciò che generalmente aveva costituito la parte nascosta di una architettura (vedi impiantistica a vista, esibizione degli attributi tecnologici, ecc…) che non si è ancora esaurito. La facciata dell’edificio è concepita come una membrana più o meno trasparente, interagente con l’esterno. L’edificio diventa un pò come un testo che si costruisce in relazione alla capacità di inserirvi delle interconnessioni ipertestuali. Con il portare fuori da sé i concetti che l’hanno generata, il progettare diventa un “proiettare” che aumenta la capacità dell’edificio di rendere il fruitore parte attiva dell’opera (proprio attraverso gli stessi meccanismi che lo possono vedere coinvolto in un’opera d’arte interattiva).
Un esempio è il Beaubourg di Renzo Piano a Parigi , con la sua struttura rivoluzionaria per quei tempi, o il più recente Institut du Monde Arabe di Parigi, che è stato dotato di un meccanismo fotosensibile di oscuramento interno, che lo fa reagire quasi organicamente alle condizioni di luminosità esterne. Jean Nouvel, l’architetto francese autore del progetto dell’Institut du monde Arabe – concluso nel 1987, è il principale esponente della High tech francese. Noto per l’avere sostenuto che “un edificio deve saper comunicare le inquietudini di un epoca”, in realtà possiede idee che probabilmente più di questa meritavano di essere divulgate. Per esempio sostiene che l’arte faccia inevitabilmente parte della nostra vita, per questo ci lasciamo influenzare da essa anche quando si tratta di progettare cose puramente scientifiche. Nonostante ciò afferma che la forma in un edificio è importante, ma non precede il progetto. Il problema della forma viene all’interno di un processo progettuale, affrontato dopo.
Ogni volta si deve infatti costruire qualcosa di nuovo, che derivi dal contesto nel quale si è chiamati ad intervenire. Elementi fondamentali da considerare in fase progettuale sono luce e materia. Nell’Institut fa uso molto attento del dettaglio e agli elementi tecnologici e utilizza le più avanzate tecniche aderenti alle tematiche bioarchitettoniche per rapportare all’ambiente la sua struttura come una sorta di organismo. Successivamente alla nota opera parigina riceve l’incarico per molti progetti importanti fra cui la ristrutturazione dell’Opera di Lione e il Centro congressi di Tours. Nel progetto della Torre infinita, un cilindro di vetro spinto nell’alto del cielo di Parigi, ipotizza un grattacielo di 420 mt. alla Defense.
Contrario al concetto di autonomia disciplinare dell’architettura come insieme di regole stabilite, e avverso alla utilizzazione di tipologie fisse e all’autonomia dell’oggetto architettonico (che a suo dire hanno dato origine a delle astronavi), Nouvel si è augurato che le amministrazioni locali potessero sempre potere fare gestire il progetto in rapporto al loro contesto in modo che l’oggetto architettonico possa essere sempre posto in rapporto dialettico con il luogo.

POST-MODERN

Il movimento Post-modern si diffuse dagli anni 1960/70, principalmente in ambiente nord-americano, dove, in aperta polemica con il linguaggio promosso dallo “stile internazionale”, si accolsero significative influenze dal genere artistico Pop. Tale atteggiamento è palesato dal testo di R. Venturi del 1972 dal titolo: “Imparando da Las Vegas”. L’autore infatti parla di una contaminazione del linguaggio della Pop art con il repertorio architettonico classico. All’interno della ideologia post-moderna vi fu quindi una forte critica ai postulati del movimento moderno. Uno dei primi che pone l’accento sulla crisi del movimento moderno, parlandone in termini di sconfitta è Charles Jencks (architetto e teorico americano) che decreta la fine del movimento moderno (con una data precisa e addirittura l’ora: 15 Luglio 1972!) in corrispondenza con la demolizione -perché considerato inabitabile-, di un quartiere di St.Louis costruito negli anni ’50 da un architetto giapponese – Minoru Yamasaki, secondo i dettami dei C.I.A.M. Jencks sosteneva che l’architettura moderna dovesse staccarsi dal funzionalismo e riutilizzare la storia proponendo una valenza simbolica dell’architettura.
Nel 1977 pubblica: “Il linguaggio dellarchitettura postmoderna” dove individua nella mescolanza di classico e vernacolare un ritorno ad un’architettura antropomorfica. Sollecitati da Jencks, escono tutta una serie di scritti fondamentali poi per la definizione del Post-Moderno. I post-modernisti utilizzavano come dei ready-made dell’architettura, che si concretizzavano in riferimenti culturali estremamente semplificati in una sorta di banalizzazione popolare. Si osserva l’uso di elementi già pre-formati, piccole colonne, con dei piccoli capitelli stilizzati, archi che richiamano in maniera stilizzata alcuni elementi dell’antichità classica.
Il libro del 1960, di Peter Blake che si intitola “La forma segue il fiasco”, ha un titolo provocatorio (che riprende la celebre frase “La forma segua la funzione” che sta alla base di tutta la teoria funzionalista americana). Una delle caratteristiche principali del pensiero postmodernista, fu infatti quello di considerare un’autonomia della forma rispetto alla funzione, e anche la tipologia non è più determinante nei confronti della forma. La prima critica che i postmodernisti muoveranno al Movimento Moderno consiste nel ritenere che il Razionalismo aveva come punto di partenza la geometria dei solidi platonici e delle forme primarie dalla cui combinazione aveva desunto tutto il suo repertorio figurativo. Il Movimento Moderno nutriva una tale fiducia nel progresso tecnologico, che si era giunti a considerare la decorazione come un superfluo. Conseguentemente si era a volte fatto abuso -al posto delle forme elaborate sapientemente dall’artigiano- di materie prime costosissime, inserite nelle architetture. Anche dal punto di vista urbanistico, con la condanna allo “zoning”, si sottolinea che la separazione per zone funzionali all’interno di un tessuto urbano crea i alienazione all’interno della città per cui si promuove una linea urbanistica che rimescoli le funzioni, anche attraverso un accostamento di sistemi contraddittori pur di creare una dialettica tra le varie parti della città.
Una delle opere più esemplificative del Post Modern, è rappresentata dalla “Piazza d’Italia” di Charles Moore (1925-1993) incaricato dalla comunita italo-americana di New Orleans nel 1978. Esiste in questo caso sia la presenza della citazione storica, che avviene attraverso la rielaborazione della Fontana di Trevi, e il riferimento ad un elemento storico che pur essere il nicchione con un colonnato formato da cinque ordini diversi (mescolanza degli ordini che diventa una cifra stilistica più volte ripetuta nel campo del Postmodern). Vengono utilizzati elementi già conformati, c’è una contaminazione costante tra antico e moderno. Moore pone al centro della piazza la Sicilia, per fare un omaggio alla comunità italo-americana di New Orleans in gran parte formata da Siciliani.

In Italia esemplificano le teorie del Postmodern le posizioni assunte da P. Portoghesi, che non rifiuta tutto il Movimento Moderno, ma solo l’eccessiva e irrigidita applicazione di alcuni suoi principi. Promotore di un recupero delle tradizioni passate, si espresse attraverso la ripresa degli stili riproposti in chiave eclettica. Paolo Portoghesi, scrive: “L’architettura postmoderna propone la fine del proibizionismo, l’opposizione al funzionalismo, la riconsiderazione dell’architettura quale processo estetico, non esclusivamente utilitario; il ritorno all’ornamento, l’affermarsi di un diffuso edonismo”. Egli propose un’architettura non più legata strettamente al concetto di funzionale ma di maggiore plasticità con riferimenti ai linguaggi storici, come quello del barocco. Nel 1980 si svolse nell’Arsenale di Venezia, i cui locali industriali erano stati adattati per l’esposizione la prima mostra di Architettura della Biennale di Venezia, organizzata da Paolo Portoghesi intitolata “La presenza del passato”: una sorta di consacrazione a livello internazionale del Postmodernismo. Tema fondamentale il ripensamento sulla continuità storica. Furono chiamati insigni architetti che aderivano al Postmodernismo architettonico, da Rem Koohlaas a Charles Moore, dall’austriaco Hans Hollein agli italiani del gruppo GRAU. Qui Portoghesi elabora la “strada nuovissima”nella quale presenta una serie di finte facciate.

NEORAZIONALISMO

Nato a Milano nel 1931, Aldo Rossi rappresenta uno dei maggiori protagonisti dell’architettura italiana. Ha portato avanti, in opposizione ai principi del Movimento Moderno, la necessità di un ritorno alla architettura aderente alle tradizioni culturali delle varie realtà geografiche ed ha proposto, nella sue elaborazioni teoriche, elementi divenuti basilari per la corrente del neorazionalismo, esplicitati attraverso il movimento denominato “Tendenza” di cui è stato il caposcuola. Il neorazionalismo, sviluppatosi a partire dal 1960-70, si è diffuso in alcuni paesi europei -tra cui l’Italia- ed anche negli Stati Uniti ed in Giappone ed ha nel tempo raccolto al suo interno, diverse scuole di pensiero architettonico. Si tende a recupererare la cosiddetta “forma pura” nell’intento di promuovere una architettura che, pur tenendo conto della funzionalità, rifiuti il principio che “dalla funzione discenda la forma”. Anche la città è guardata con occhio diverso: deve esser vista come un insieme di pezzi in sè compiuti, e la storia secondo una idea di continuità. Rossi esplicita il suo modo di vedere già nel 1966, pubblicando “L’architettura della città” e nel 1973 quando cura la mostra internazionale di architettura a Milano nell’ambito della XV triennale. Muovendosi tra “invenzione e memoria”, nel 1973, con la sua progettazione del Municipio di trieste reca un omaggio alla ottocentesca tradizione locale.
Siamo nel 1979, nel Museo Teatro del Mondo per la Biennale di Venezia, Rossi si serve della storia come di un repertorio di elementi evocativi che fa del teatro quasi la quinta di una scena, col suo senso di provvisorio. E’ importante in Rossi, l’azione di recupero della tematica tipologica e la ricerca di quel nuovo ruolo che deve essere assunto dal monumento in ambito urbano. Il recupero della storia si vede nella pianta, ma anche nei materiali. Le architetture sono fatte di materia, volume, effetti cromatici a volte forti, ma soprattutto hanno dietro uno studio profondo dei contesti, della storia locale, della natura dei luoghi. Sospesa tra razionale e surreale la realizzazione del Cimitero di Modena del 1980.
E ancora, l’edificio per uffici Casa Aurora del 1987 e la Villa a Berlino a Tiergarten del 1985 con fasce di colore rosso alternato al giallo. Nei saggi scritti da Rossi emerge un importante contributo al recupero della continuità spaziale con il tessuto della città tradizionale, in opposizione con le precedenti tendenze relative al pensiero urbanistico che promuoveva l’utilizzo dello zoning.
Tra le opere più recenti di Rossi, le progettazioni a Berlino. Nel 1989 l’edificio residenziale sulla Kochstrasse propone una enorme colonna angolare, di forte impatto visivo, i blocchi si staccano e si ripetono in un susseguirsi ritmico. Portoghesi afferma: “Il comporre di Rossi è insieme logico e analogico traducibile e intraducibile e, nonostante le dichiarete e mai smentite simpatie razionaliste, egli non nega la sostanziale ambiguità della sua opera (…) L’analogia diventa per Rossi però non solo lo strumento per caricare le sue immagini di riferimenti mnemonici e di sollecitazioni inconsce; essa si collega alla tipologia e diventa un modo di conoscenza e di costruzione della realtà urbana“.
Per il successivo progetto dell’Isolato sulla Schutzenstrasse a Berlino, dichiara egli stesso: “…rivela un particolare interesse per due aspetti della ricostruzione della città di Berlino: da un lato la ricostruzione e il restauro degli edifici storici e caratteristici dell’edilizia del passato; dall’altro la costruzione di edifici completamente nuovi ad essi congiunti. In questo progetto si trova un edificio probabilmente di non alto valore storico-artistico ma nel contempo caratteristico di una visione di Berlino, quale era prima della guerra e che possiamo studiare nei libri di storia“. Una sintesi, quella cercata da Rossi, che sta in equilibrio tra rigore e poesia, tra memoria e surreale, a mio avviso espressa molto bene da una nota immagine del fotografo L. Ghirri relativa allarchitettura del Cimitero di Modena.
Nato a Mendrisio nel 1943, Mario Botta, rappresenta una delle figure di maggiore rilievo nell’attuale panorama architettonico europeo. Allievo di Scarpa, ha saputo creare un suo originalissimo linguaggio attingendo alle teorie del neorazionalismo ed alle suggestioni derivategli dalla tradizione costruttiva dell’architettura rurale ticinese, dalle costruzioni romaniche ed anche al repertorio architettonico italiano degli anni 1970. Le opere di Botta sono gioco di masse, dove il taglio, sempre presente nel particolare come nel disegno complessivo, smaterializza la pesantezza fino a renderla leggera ed al contempo, consistente. Esponente della cosiddetta Scuola Ticinese, Botta, ai suoi esordi opera attraverso la rielaborazione della tradizione italiana e moderna nel clima culturale degli anni 1970/80.
Egli entra in contatto con quella parte di pensiero che provava a trovare una mediazione dell’architettura organica con le influenze ricevute dal Movimento Moderno. Indispensabile per la sua formazione fu anche il contatto che ebbe con Kahn nei primi anni della sua carriera. Nel 1967 realizza la “Casa a Stabio” in cemento a vista, che rappresenta una delle sue prime opere dove è leggibile l’influenza di C. Scarpa. Ma è con la “Casa a Riva S. Vitale” che il maestro della scuola ticinese, offre la prima vera originale interpretazione della casa unifamiliare. La casa è riparo, rifugio, ma è anche posta in relazione con l’esterno. Il materiale, mattoni di cemento, costituiranno in seguito un motivo ricorrente nelle opere di Botta insieme a quelli in cotto.
La “Casa rotonda di Stabio” è del 1982; con questa ed altre progettazioni del periodo Botta definisce il suo modo di costruire che diverrà immediatamente riconoscibile, come una firma. Forte è l’impatto percettivo, non solo per un codificato repertorio di segni ricorrenti, come i tagli, le bucature, i materiali, ma per l’uso che fa dei volumi nello spazio. Volumi, sempre generati dalla elaborazione di elementi geometrici primari, quali il quadrato, il cerchio, il triangolo. La muratura è sempre esaltata nella sua tessitura, ed è sempre presente la simmetria delle parti.
Con la “Casa a Morbio superiore” assistiamo ad un progressivo staccarsi della facciata dal corpo della abitazione, fino quasi a diventare una quinta. La luce, quasi sempre adoperata quella zenitale, costruisce insieme alla geometria la spazialità delle opere di Botta, che sono studiate fino ai minimi particolari. Botta, a tal proposito è noto anche per i suoi lavori di designer. Il gioco dei colori, le bucature che assumono le loro forme in relazione all’andamento della luce, il sapiente modellare spazi aperti-spazi chiusi in una costante ricerca di rapporto tra lo spazio estreno e quello interno, si ritrovano in una delle sue opere più recenti, un Museo d’arte contemporanea, il M.A.R.T. di Rovereto.
Per comprendere appieno le architetture di Botta occorrerebbe guardarle da vicino, osservare come dietro il disegno ci sia poi un lavoro fatto di presenza nel realizzare l’opera. La cura dei particolari, degli impianti, del materiale, dell’uso della luce… sembrano confluire verso una unione tra creatività e pragmatismo, amore per le innovaioni tecnologiche e dell’antico sapere artigiano che non è facile trovare in un progettista solo. Afferma riguardo se stesso: “…La mia presenza sul cantiere deriva anche da una consapevolezza critica, dal comprendere cioè che l’architettura consiste nell’opera realizzata. L’architettura infatti,- come sosteneva Kahn- di per sè non esiste; ciò che esiste è l’opera, che rappresenta l’incontro tra il mondo delle idee degli architetti e la realtà“.

Ultime tendenze dell’architettura contemporanea

Gli elementi che partecipano alla definizione dell’attuale panorama architettonico sono molteplici. Uno di questi, che ha contribuito a rivoluzionare il modo stesso di affrontare oggi la progettazione architettonica, è la scomparsa in termini quasi generali della figura isolata del progettista. Infatti, come nel campo artistico, in cui si regista la tendenza alla creazione di opere d’arte collettive, anche in architettura le produzioni sono adesso prevalentemente espressione di sforzi collettivi, esercitati da gruppi formati da competenze diverse che si affiancano alla figura centrale del professionista cui si deve l’attribuzione dell’idea progettuale complessiva.
L’interconnessione delle competenze si attua a volte già all’inizio del procedimento creativo, e l’opera stessa nasce dunque da un atto di comunicazione. La comunicazione diventa un elemento primario dell’oggetto architettonico sia come atto che lo genera, sia come obbiettivo da raggiungere dall’oggetto stesso quando sarà posto in opera…. Infatti, quello che sempre più spesso i progettisti vogliono raggiungere sono qualità come la trasparenza, che può tradursi in quella “comunicazione con l’esterno” che, se non viene raggiunta in termini materiali (come invece spesso in realtà anche avviene), si vuole esprimere almeno in termini concettuali.
Trasparenza quindi nel senso di comunicazione tra la struttura e l’uomo, tra l’oggetto e il luogo, tra il contenitore e le culture destinate a fruirlo… in poche parole tra l’architettura e la complessità del contesto. La comunicazione infatti altera i confini stessi delle nostre aree, intese come fisiche, ideologiche, sociali o culturali. Ne nasce una sorta di metissage tra culture e tradizioni architettoniche diverse che mescola i linguaggi in termini di contenuti e addirittura di percezione stessa dello spazio. Dall’incontro di questi linguaggi diversi, e dalla rivoluzione attuata dalla società dell’informazione, nasce un nuovo modo di concepire la spazialità architettonica, non più basata da tradizionali concetti di tipo spaziale euclideo.

Una rivoluzione da non sottovalutare nella trasformazione del linguaggio architettonico contemporaneo è stata (dagli anni ’80) l’introdotta possibilità di utilizzare software specializzati per la progettazione, come il Computer Aided Architectural Design – CAD-, che ha contribuito ad un mutamento radicale della fase di progettazione dell’oggetto architettonico. Ciò ha sollevato in passato dibattiti – a volte privi di reale fondamento- sul condizionamento che tali mezzi esercitano sull’odierno modo di fare architettura… si temeva infatti che queste procedure tecniche di disegno, potessero alla lunga condurre ad una diffusa perdita di identità di linguaggio, oltre che della capacità stessa di progettazione. Naturalmente, se si riflette sul fatto che dipende da noi determinare dall’accoglimento delle culture linguistiche diverse e dei mezzi attuali degli elementi di arricchimento, si comprende come tali paure fossero infondate… In ogni caso, questa contaminazione, riproposizione ed alterazione in qualche caso dei linguaggi, se non ha portato alla perdita delle specificità del linguaggio architettonico, sicuramente ne ha comportato una trasformazione che non è da trascurare nell’ambito della naturale evoluzione del pensiero architettonico. Internet, ad esempio, è un mezzo dalle potenzialità comunicative grandiose. Una finestra sul mondo, se utilizzato come mezzo per ampliare le proprie conoscenze e stimolare nuove riflessioni che si alimentano dal confronto.
Occorre naturalmente tenere però sempre presente il valore della comunicazione interpersonale diretta, di persone che condividono i medesimi spazi fisici e culturali. Analogamente l’architettura ha individuato nelle potenzialità del disegno CAD, nuove possibilità espressive. Oggi, grazie al computer possiamo raggiungere altissimi livelli di manipolazione delle forme e farle funzionare grazie alle perfezionatissime modalità di calcolo strutturale elettroniche. L’architettura si avvale sempre più degli strumenti, di altri settori … Per fare un esempio, il settore automobilistico lavora già da tempo con delle metodologie come ad es. la “subdivision surface”, (a sua volta già ampiamente utilizzata nell’ambito dell’animazione cinematografica), per sviluppare i particolari partendo da una struttura schematica pervenendo alla definizione dei dettagli tramite una maggiore densità dei punti di controllo delle superfici.
Queste metodologie sono già all’attenzione degli esperti di realizzazione dei software di progettazione architettonica e si apprestano a diventare ulteriori strumento di supporto alla progettazione architettonica 3D.
In relazione al tipo di progettazione CAD che generalmente si utilizza, c’è da dire che quello maggiormente usato dai progettisti è ancora il modello “orizzontale”, cioè quello riferibile al disegno bidimensionale, che elabora e gestisce i dati progettuali separando gli elaborati grafici da quelli afferenti all’area economico-amministrativa. Al disegno bidimensionale vengono affidati tutta una serie di elaborati come quelli relativi ad i dettagli costruttivi. Tale modello si differenzia dal modello denominato “verticale”, più innovativo, che propone un sistema di progettazione che permetta di gestire i vari dati (cioè sia la documentazione relativa ad i grafici che quella relativa alla completa gestione, anche economico-amministrativa del progetto) all’interno di un unico modello tridimensionale interattivo di tipo complesso.
Denominati genericamente Building Information Modeling, i vari software realizzati a tale scopo sono stati sia ampiamente criticati che decisamente sopravvalutati nelle loro possibilità, nel seguito di numerosi dibattiti. A tal proposito è interessante riferire l’esperienza di una delle figure chiave nel campo dell’utilizzo in architettura dei software di modellazione progettuale avanzata. Si tratta di G. Lynn, autore di alcune pubblicazioni in tema di rapporti tra progettazione e strumenti digitali e titolare dello studio newyorchese Greg Lynn Form, poi trasferitosi a Los Angeles. Nell’attività di Lynn, (il suo studio si avvale di circa 10 collaboratori esperti di progettazione CAD), dove addirittura è il primo schizzo del progetto a nascere al computer, ci si è accostati con fiducia all’approccio integrato della modellazione parametrica.
A ciò si è giunti non avendo completamente abbandonato le precedenti procedure di progettazione, che prevedono la predisposizione di un modello, tramite specifico software in una prima fase, e il ricorso al disegno bidimensionale con l’ausilio di Microstation in una seconda, per finire con la realizzazione di un plastico, sempre tramite l’uso di adeguato software.
Lynn è convinto che l’uso di identici software possono condurre a dei risultati completamente diversi, se alla base vi è un impiego da esperto, pertanto si augura che gli architetti giungano ad un uso consapevole delle potenzialità del mezzo ed ad una padronanza delle procedure di utilizzo che non escluda la conoscenza dei bagagli matematici che ogni “pacchetto” porta con sé. L’approccio metodologico di Lynn, rappresenta un modo esemplificativo di quelli che, presumibilmente, saranno gli approcci metodologici delle future generazioni di architetti, pur con le ovvie varianti concettuali. il mondo della produzione software, essendone consapevole si sta rapidamente adeguando alle richieste del mercato. Quello che si chiede oggi sempre più ai software di progettazione architettonica, sembra essere una maggiore propensione al passaggio dal 2D al 3D oltre alla possibilità di ottenere dei modelli 3D che si prestino, a seconda delle occasioni, ad utilizzo mirato. Infatti se si deve raggiungere un livello che serva alla simulazione costruttiva ai fini di esposizione al pubblico del progetto stesso non occorrerà spingersi troppo oltre, nei dettagli essendo ciò richiesto esclusivamente nell’ambito di conferimento di incarichi. Per questo motivo, in genere, si cerca una maggiore flessibilità ed adattamento del software ai vari scopi.
Queste innovazioni, quelle in atto e quelle dell’immediato futuro fin ora prospettate, sono indice di una evoluzione tecnologica che conduce necessariamente anche ad un diverso approccio metodologico nel progettare. Anche se tutto questo non deve confondersi con il prodotto di una evoluzione della progettualità in senso assoluto. La vera evoluzione, il vero progresso, si ottiene soltanto utilizzando le possibilità offerte dalle nuove tecnologie per venire incontro alle esigenze abitative dell’uomo, e quindi non allontanandosi mai radicalmente dal modo con cui l’uomo è abituato a relazionarsi con il suo intorno. Ciò al fine di non eliminare quei preziosi elementi di riconoscibilità che l’essere umano deve poter mantenere nel suo ambiente, per sentirsi armoniosamente parte di esso.

Altro elemento da considerare nell’attuale panorama architettonico, è quello fornito dalla evoluzione tecnico-strutturale dei rivestimenti. Si adoperano materiali che non si pensava di potere usare in architettura e si scoprono nuovi modi di “trattare” i materiali tradizionali, che si pongono ora con una veste inedita, confacente alle nuove esigenze estetiche e ambientali. Le innovazioni fornite, dialogano con le nuove forme cui si perviene grazie alle aumentate possibilità di calcolo strutturale tramite software, e assecondano le più ardite ipotesi di progetto. Molte aziende, specializzate in produzione di sistemi modulari consentono la realizzazione di lastre e pannelli utili nell’ambito dei rivestimenti delle facciate esterne, sempre più concepite come una pellicola.  Non di rado, nel gergo architettonico, ci si riferisce al termine “pelle” dell’edificio, ed è proprio l’alto contenuto tecnologico dei materiali che costituiscono tale “pelle”, a consentire di separare efficacemente le condizioni ambientali esterne da quelle interne. Si tratta di involucri complessi che a volte utilizzano, a strati, materiali come marmo, rame, zinco-titanio, alluminio, ciascuno preposto ad una specifica funzione che va dalla tenuta, all’isolamento termico e acustico. Nell’ambito dei rivestimenti, adesso orientati a garantire la massima “sostenibilità ambientale”, grande diffusione stanno avendo i materiali porcellanati, non più relegati al ruolo di pavimentazione ma estesi anche alla facciata. La ricerca tecnologica ha anche migliorato la qualità del vetro per l’architettura, aumentando il livello di trasmissione luminosa unitamente alla più efficiente protezione dall’irradiazione solare: esistono oggi vetri a isolamento termico rinforzato, a controllo solare. Spazio anche alle soluzioni che garantiscono vari livelli di creatività come quelle che propongono vetri stratificati dotati di intercalari colorati.

Lo svolgimento dei grandi eventi sportivi o culturali come le Olimpiadi o le Esposizioni Internazionali, a volte è diventato il pretesto per la creazione di opere architettoniche di altissimo livello. Da uno sguardo complessivo dato alle grandi realizzazioni, come a quelle di minore risonanza, appare che la caratteristica preponderante di questo periodo, a cavallo tra il 1900 ed il 2000, sia una immensa varietà architettonica, di stili, linguaggi, orientamenti. La scena attuale è contraddittoria, ricca, sconvolgente. Chiama l’architettura ad un costante confronto con gli altri modi di espressione e di comunicazione, mescola i linguaggi. Le tecnologie moderne vengono orientate ad un sempre maggiore rispetto verso l’ambiente, -si ipotizzano i miglioramenti in chiave ecologica degli impianti di isolamento termico e lo sfruttamento di fonti di energia alternativa, si pone sempre più attenzione ai materiali. L’architettura si apre a una concezione dinamica del tempo e la vita pubblica e assume caratteri più attenti al contesto circostante. Raccoglie personalità diverse e linguaggi eterogenei e lontanissimi, a volte, in un unica logica architettonica, ma con lo sguardo rivolto anche alle tradizioni culturali di appartenenza. A volte sembra invece che i linguaggi cerchino una loro totale autonomia pur partendo da comuni premesse, e vogliano volutamente esprimere un contrasto. Le infinite possibilità aperte dalla moderna tecnologia offrono scenari che ancora non si è cessato di sperimentare, questo impedisce anche di farne un punto.
La sintesi è possibile soltanto attraverso una osservazione a distanza che permette di coglierne gli esiti…Una cosa però sembra emergere: i nuovi linguaggi, non possono essere più definiti nel senso tradizionale del termine perché appaiono più legati alle contemporanee dinamiche dei flussi, ora economici, ora ideologici, ora rispondenti alle individuali volontà di trasgredire o conformarsi a nostalgici rifugi nel passato. Questo è ulteriormente complicato dal mutare di corrente di alcuni architetti contemporanei il cui linguaggio a volte si concretizza in una costante tensione dinamica verso la ricerca di elementi sempre nuovi. Alcuni nomi, spiccano, – o continuano a spiccare-, comunque all’interno dell’attuale scena architettonica.
Si tratta di Frank O. Gehry, Zaha Hadid, Coop Himmelb(l)au, Renzo Piano, Mario Botta, I. Gardella, L. Snozzi, M. Fuksas, J. Nouvel, B. Tschumi, Norman Foster, Santiago Calatrava, Alvaro Siza, R. Bofill, R. Meier, R.Koolhaas, Rafael Moneo, R. Rogers, G. Pechl, Eisenman, Libeskind, per dirne solo alcuni. E si tratta dei protagonisti dell’architettura Giapponese, che trovano dopo la lezione del maestro Kenzo Tange, recentemente scomparso, e di Arata Isozaki, nomi come quelli di Toyo Ito e Tadao Ando, nuove leve delle espressioni più attuali. Si tratta anche degli emergenti architetti cinesi, come Yung Ho Chang, che costituiscono oggi a pieno titolo una realtà nel variegato panorama delle “ultime tendenze” dell’architettura Nel panorama attuale, vario e complesso, alcuni fenomeni con un denominatore comune possono essere tuttavia rintracciabili, come quello del Decostruttivismo, che nato nel 1980 ha dato luogo ad opere di notevolissimo spessore architettonico. Nel 1983 è Zaha Hadid a realizzare il primo progetto dichiaratamente decostruttivista. Architetto iraniana, cui oggi si dedica al MoMA un’ampia retrospettiva, partecipa al concorso per il club The Peak a Hong Kong. I volumi da lei ideati, appaiono sospesi o schizzati come schegge esplose e sembrano contraddire le leggi della gravit à. Sempre nel 1983, i Coop Himmelblau realizzano una innovativa addizione strutturata in vetro sul tetto di un edificio dell’800 per uno studio di avvocati nel centro storico di Vienna. L’ossatura ad arco della stuttura riunifica la composizione spezzata e sporge in basso verso la strada. Questo intervento sull’edificio antico, non cerca un rapporto, anzi mira ad evidenziare la diversità tra le diverse epoche storiche. Ma a determinare la vera e propria nascita del fenomeno è stata una mostra organizzata a N.Y. da P. Johnson, chiamata “Deconstructivist Architecture” nella quale si sancisce per la prima volta il nome di questa tendenza architettonica rivoluzionaria. Questa mostra del 1988 dove vennero presentati i progetti di Gehry, Libeskind, Koolhaas, Eisenman, Hadid, Tschumi e del gruppo Coop Himmelblau insieme, faceva vedere una architettura che rifiutava schemi geometrici ed assi ordinatori e che si muoveva in una costante ricerca di un uso espressivo della struttura.
Uno dei maggiori esponenti è Frank O. Gehry, noto per il Guggenheim museum di Bilbao. Zevi, a proposito di Gehry afferma: “nell’ultima decade del XX sec. l’attenzione del mondo si concentra su F. O. Gehry, la figura più originale e provocatoria nel panorama internazionale, la più ricca e problematica sotto il profilo sperimentale, la più coraggiosa… è il prodotto inventivo di un cinquantennio di ricerche che ha visto, dalla fine della II guerra mondiale in poi, l’emergere di una serie di spiriti creativi -Scharoun, Pietila, Utzon- e di capolavori…“.
Il fenomeno decostruttivismo è strettamente collegato alle teorie filosofiche del filosofo francese Jacques Derrida che affermò che la decostruzione “non è semplicemente la tecnica di un architetto che sa de-costruire ciò che è costruito, ma una interrogazione che tocca la tecnica stessa, l’autorità della metafora architettonica e di lì costituisce la sua personale retorica architettonica. La de-costruzione non è solo, come il suo nome sembra significare, la tecnica della costruzione alla rovescia, se essa sa pensare l’idea stessa della costruzione. Si potrebbe dire che non c’è nulla di più architettonico della decostruzione, ma anche nulla di meno architettonico. Un pensiero architettonico può essere decostruttivo solo in questo senso: come tentativo di pensare ciò che stabilisce l’autorità della concatenazione architettonica nella filosofia”.
Secondo Derrida vi è una compresenza di significato e di impossibilità di significare, in quanto tutti elementi costitutivi del linguaggio. Eisenman traduce in chiave architettonica le posizioni del filosofo, e introduce il concetto della dissoluzione delle tradizionali opposizioni tra struttura e decorazione, astrazione e figurazione, figura e suolo, forma e funzione. Il progetto non deve procedere verso la sintesi ma deve andare per successive stratificazioni ed esibire la contraddizione, in un procedimento che tende a conservare all’interno del progetto stesso le successive fasi di elaborazione. L’unità dell’edificio ne viene sconvolta e con essa il suo significato apparente. Il decostruttivismo non mira solo a smembrare l’oggetto e di disconnetterne le parti, ma anche di ricostruirlo secondo una alternativa alle regole convenzionali.
Non si tratta di una operazione di smontaggio strutturale ma di un inserimento in architettura del senso della contraddizione e della complessità strutturale. Opponendosi alla purezza ed alla univocità e intima coerenza del movimento moderno, contrapponendovi le sue incertezze, inserisce in architettura un pluralismo di possibilità.
Zevi afferma: “i decostruttivisti mettono sotto processo gli architeti intenti a produrre forme pure basate sulla inviolabilità di figure geometriche elementari incontaminate, emblemi di stabilità, armonia sicurezza ordine unità. nelle loro opere, da Eisenman e Gehry a Koolhaas e Libeskind, l’architettura è dichiaratamente un agente di instabilità, disarmonia, insicurezza, sconforto, disordine e conflitto“.
Il Museo di Bilbao ha costitiuto una sfida, sotto molti punti di vista: socio-politici, architettonici e di linguaggio espressivo oltre che tecnico. Ha avuto un enorme successo di pubblico che ha avvicinato la gente verso le odierne forme dell’architettura e le possibilità offerte dalla tecnologia oltre che verso le opere d’arte in esso contenute. Il decostruttivismo sembra avere perso la sua carica propulsiva e si tende oggi piuttosto ad un ritorno del razionalismo, ma sottoposto alla revisione del tempo e che tenga conto di contaminazioni derivate dalle tendenze precedenti. Un ritorno alla severità nelle forme e nel materiale, ad elementi estetici del moderno con finalità educative si pongono oggi in antitesi alle fughe dalla realtà di molte altre tendenze contemporanee. Un uso sempre più astratto dei materiali inoltre e l’uso degli spazi in relazione al loro rapportarsi con gli elementi naturali riguardano adesso molte correnti architettoniche contemporanee. Alcuni critici affermano che le attuali tendenze possono essere raccolte sotto la comune denominazione di “pluralismo moderno“.Il carattere che oggi si chiede all’architettura è la sua capacità di attrarre, e sembra che nell’era dell’immagine anche l’opera architettonica debba adeguarsi alla competizione visiva.

 SALUTI A TUTTI  DA MARIPINA PAOLELLA

Risposte

  1. EGREGIA
    PROF. SSA PAOLELLA
    LA COLLABORAZIONE TRA L’UNIVERSITÁ MICHOACANA E L’ACCADEMIA DANTE ALGHIERI SARÁ IMPORTANTE, PER LO SVILUPPO DELL’APRENDIMENTO E L’INSEGNAMENTO DELL’ITALIANO NEL NOSTRO STATO.
    UN SALUTO AI VOSTRI STUDENTI

    VICTOR CAMPOVERDE

    P.S. POTETE VIAGGIARE NELL’INTERNO DEL BLOG E SENTIRVI COME A CASA VOSTRA.
    BENVENUTI!!!!!

  2. Grazie collega, appena posso ti mando qualcosa di interessante………
    MARIPINA


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